Da "CANTI ORFICI" di Dino Campana

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Dino Campana nacque a Marradi, Firenze, nel 1885. Ebbe una giovinezza molto difficile. Costretto a interrompere gli studi universitari per disturbi mentali, fu ricoverato nel 1906 nel manicomio di Imola. Seguì una serie di peregrinazioni in Svizzera e Francia. Nel 1908 si trasferisce in Argentina dove lavora come bracciante; ma ben presto fa ritorno in Europa, dove continua a girovagare toccando città come Odessa, Anversa, Bruxelles e Parigi. Nel 1909 è di nuovo ricoverato a Firenze per disturbi mentali. Un tentativo di riprendere gli studi universitari interrotti non sortisce alcun effetto. Nell’autunno consegna per la lettura, a Papini e Soffici, il manoscritto dei Canti orfici, la sua opera più significativa. Sarà pubblicata a spese dell’autore nel 1914. Seguono altri viaggi per l’Italia e l’Europa e un altro ricovero. Nel biennio 1916/17 ha una tempestosa relazione con la scrittrice Sibilla Aleramo. Nel 1918 viene ricoverato definitivamente nel manicomio di Castel Pulci, presso Firenze, dove morirà nel 1932.

 

 

 

 

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Da CANTI ORFICI (Tipografia F. Ravagli, Marradi, 1914)

 

 

 

 

I

 

LA NOTTE

 

1. Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita, arsa su la pianura sterminata nell’Agosto torrido, con il lontano refrigerio di colline verdi e molli sullo sfondo. Archi enormemente vuoti di ponti sul fiume impaludato in magre stagnazioni plumbee: sagome nere di zingari mobili e silenziose sulla riva: tra il barbaglio lontano di un canneto lontane forme ignude di adolescenti e il profilo e la barba giudaica di un vecchio: e a un tratto dal mezzo dell’acqua morta le zingare e un canto, da la palude afona una nenia primordiale monotona e irritante: e del tempo fu sospeso il corso.

[…]

 

 

 

LA CHIMERA

 

       Non so se tra rocce il tuo pallido

Viso m’apparve, o sorriso

Di lontananze ignote

Fosti, la china eburnea

Fronte fulgente o giovine

Suora de la Gioconda:

O delle primavere

Spente, per i tuoi mitici pallori

O Regina o Regina adolescente:

Ma per il tuo ignoto poema

Di voluttà e di dolore

Musica fanciulla esangue,

Segnato di linea di sangue

Nel cerchio delle labbra sinuose,

Regina de la melodia:

Ma per il vergine capo

Reclino, io poeta notturno

Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,

Io per il tuo dolce mistero

Io per il tuo divenir taciturno.

Non so se la fiamma pallida

Fu dei capelli il vivente

Segno del suo pallore,

Non so se fu un dolce vapore,

Dolce sul mio dolore,

Sorriso di un volto notturno:

Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti

E l’immobilità dei firmamenti

E i gonfii rivi che vanno piangenti

E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti

E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti

E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.

 

 

 

SALGO (nello spazio, fuori del tempo)

 

       L’acqua il vento

La sanità delle prime cose -

Il lavoro umano sull’elemento

Liquido - la natura che conduce

Strati di rocce su strati - il vento

Che scherza nella valle - ed ombra del vento

La nuvola - il lontano ammonimento

Del fiume nella valle -

E la rovina del contrafforte - la frana

La vittoria dell’elemento - il vento

Che scherza nella valle.

Su la lunghissima valle che sale in scale

La casetta di sasso sul faticoso verde:

La bianca immagine dell’elemento.

 

 

 

Presso Marradi (ottobre)

 

Son capitato in mezzo a bona gente. La finestra della mia stanza che affronta i venti: e la... e il figlio, povero uccellino dai tratti dolci e dall’anima indecisa, povero uccellino che trascina una gamba rotta, e il vento che batte alla finestra dall’orizzonte annuvolato, i monti lontani ed alti, il rombo monotono del vento. Lontano è caduta la neve... La padrona zitta mi rifà il letto aiutata dalla fanticella. Monotona dolcezza della vita patriarcale. Fine del pellegrinaggio.

 

 

 

BATTE BOTTE

 

Ne la nave

Che si scuote,

Con le navi che percuote

Di un’aurora

Sulla prora

Splende un occhio

Incandescente:

(Il mio passo

Solitario

Beve l’ombra

Per il Quai)

Ne la luce

Uniforme

Da le navi

A la città

Solo il passo

Che a la notte

Solitario

Si percuote

Per la notte

Dalle navi

Solitario

Ripercuote:

Così vasta

Così ambigua

Per la notte

Così pura!

L’acqua (il mare

Che n’esala?)

A le rotte

Ne la notte

Batte: cieco

Per le rotte

Dentro l’occhio

Disumano

De la notte

Di un destino

Ne la notte

Più lontano

Per le rotte

De la notte

Il mio passo

Batte botte.

 

 

 

IL RUSSO

(Da una poesia dell’epoca)

 

Tombé dans l’enfer

Grouillant d’êtres humains

O Russe tu m’apparus

Soudain, célestial

Parmi de la clameur

Du grouillement brutal

D’une lâche humanité

Se pourrissante d’elle même.

Je vis ta barbe blonde

Fulgurante au coin

Ton âme je vis aussi

Par le gouffre rejetée

Ton âme dans l’étreinte

L’étreinte désespérée

Des Chimères fulgurantes

Dans le miasme humain.

Voilà que tu ecc. ecc.

 

 

 

L’INCONTRO DI REGOLO

 

Ci incontrammo nella circonvallazione a mare. La strada era deserta nel calore pomeridiano. Guardava con occhio abbarbagliato il mare. Quella faccia, l’occhio strabico! Si volse: ci riconoscemmo immediatamente. Ci abbracciammo. Come va? Come va? A braccetto lui voleva condurmi in campagna: poi io lo decisi invece a calare sulla riva del mare. Stesi sui ciottoli della spiaggia seguitavamo le nostre confidenze calmi. Era tornato d’America. Tutto pareva naturale ed atteso. Ricordavamo l’incontro di quattro anni fa laggiù in America: e il primo, per la strada di Pavia, lui scalcagnato, col collettone alle orecchie! Ancora il diavolo ci aveva riuniti: per quale perché? Cuori leggeri noi non pensammo a chiedercelo. Parlammo, parlammo, finché sentimmo chiaramente il rumore delle onde che si frangevano sui ciottoli della spiaggia. Alzammo la faccia alla luce cruda del sole. La superficie del mare era tutta abbagliante. Bisognava mangiare. Andiamo!

 

 

 

GENOVA

 

       Poi che la nube si fermò nei cieli

Lontano sulla tacita infinita

Marina chiusa nei lontani veli,

E ritornava l’anima partita

Che tutto a lei d’intorno era già arcanamente

illustrato del giardino il verde

Sogno nell’apparenza sovrumana

De le corrusche sue statue superbe:

E udìi canto udìi voce di poeti

Ne le fonti e le sfingi sui frontoni

Benigne un primo oblìo parvero ai proni

Umani ancor largire: dai segreti

Dedali uscìi: sorgeva un torreggiare

Bianco nell’aria: innumeri dal mare

Parvero i bianchi sogni dei mattini

Lontano dileguando incatenare

Come un ignoto turbine di suono.

Tra le vele di spuma udivo il suono.

Pieno era il sole di Maggio.