Da "COSMIC LATTE" di Azzurra D'Agostino

 

 

 

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Azzurra D’Agostino è nata e vive a Porretta Terme. Ha pubblicato varie raccolte di poesia, per le quali ha ricevuto il Premio Carducci, il Premio Valigie Rosse ed è stata finalista al Premio Viareggio-Répaci. Scrive inoltre per il teatro e le arti performative e ha pubblicato albi illustrati per Giunti, Fatatrac ed Electa Kids Mondadori. Ha pubblicato il primo romanzo per ragazzi Il giardino dei desideri (De Agostini Planeta 2020) e successivamente Ghost Light – insieme fuori dal buio (Giunti 2023), La notte in cui ho ucciso Kurt Cobain (Il Castoro 2024) e Due notti (Il Castoro 2025). Conduce laboratori di poesia per persone di tutte le età.

Cosmic Latte è stato incluso nella dozzina del Premio «Strega Poesia» 2026.

 

 

 

 

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Da COSMIC LATTE di Azzurra D’Agostino

(Marcos y Marcos 2025)

 

 

 

Questo tempo

 

Un silenzio cade sul fondo del mondo

lento come un sasso nell’acqua

si posa dopo la lunga discesa

tra alghe, radi coralli, pesci mostruosi

con un piccolo sbuffo di fango

e terrore.

Tutto è mutato: il paesaggio del fondale

è l’atto che sa di finale e spaesamento

le conchiglie incrostate sono vuote

vuoti i resti del teschio rosicchiato

vuote le orbite dei pianeti mentre la ruggine

corrode le lattine e fluttua un sacchetto

come un velo che passa sugli occhi

e poi butti giù. Il pianto non è abbastanza

non dice la parola dei morti la paura

degli insorti – non è come quella volta

la vecchia in fila per il pane che chiede

“Lei potrebbe dire tutto questo?”

e il poeta che risponde “si, io potrei”.

Non è quel tempo. Eppure scrivo.

 

 

 

Baba Jaga 

 

Quel che guida indica il buio
l’orbita vuota del teschio il rischio
di appoggiarsi al ramo secco.
Ecco i resti, il cielo viola,
l’anello della zingara la pelle
d’animale sulle spalle.
La morte è tutto il futuro
di tutti, una cosa che non finisce,
non smette, l’unica certezza
in forma di più difficile domanda.

Balliamo con lo scheletro
nulla di macabro nelle nostre ossa
sulla fossa del giorno dopo giorno
splende luna-sole-luna-sole
e ancora e ancora oltre i disegni
sulla grotta, oltre i grattacieli
pietra che si
sfà, sfregio, croce
nel cimitero dei secondi
irricordati e irriconoscibili nelle foto
nello specchio, nell’occhio di un altro
nel cavo dell’altro che ci fa
ci scontorna, ci ritorna a volte
come un lampo, la vita che era nostra
e scopriamo il sogno che abbiamo
l’amore perduto, fosco, lo spazio che si apre

distruggendo, con la falce, il sottobosco.

 

 

 

Cosmic latte

 

Una donna che passa con un cane

attraversa il paesaggio, discende

il viottolo scosceso fino al centro

del suo bianco, si spoglia di figli

amanti, ricordi, si spoglia di tutto

per cercare l’accordo, va verso

il bianco, il bianco, il bianco

colore invisibile dell’universo.

 

 

 

Voltare le spalle

 

Libero il coniglio. C’è odore di terra

smossa e si respira nebbia insieme all’aria nuova.

L’alba è l’ora degli addii, dei sentieri di sassi

che rasentano i burroni. I rumori sono pochi

stavo per dire nessuno è umano ma sospetto

che il battere dentro sia lo stesso. Ecco i campi

di ragnatele, ecco il cielo viola, il cervo che passa

e un freddo che rende felici sotto la pelliccia.

La sensazione di essere vivi è animale

mescola paura, meraviglia, potenza

e questo spazio immenso accade dentro

il coniglio, che non sa dove andare, non ha

progetti, sensi di colpa, pensieri

ma sangue, zampe sulla zolla, fili d’erba

remoti mugolii, una sorgente sotterranea

e filoni, strati pieni di ossa macerate e radici.

Tutto questo non è un ragionamento

e cercare le parole per dirlo è questo modo

che abbiamo di lasciar entrare il bosco

con tutta la sua ostilità, e poi città, mare,

quello che ci ha fatto male, ogni miseria, i morti

che non abbiamo seppellito, o pianto.

Un modo come un altro per ammansire

la tigre che abbiamo in petto, o così ci piace

credere. Per un secondo il coniglio mi ha liberata

non si gira indietro se non un’ultima volta

gli occhi rossi sbarrati su di me pieni di sospetto.

 

 

 

Lettera all’Appennino

 

Quante volte guardando una frana un orrido un crollo

di scarpata ho pensato alla frattura che sei, un costone

di piante semplici, di rovi, castagni, un pezzo di terra

inospitale, che spacca in due il mio paese di mare

il porto naturale dove attraccavano i Greci, dove gli

Etruschi dipingevano vasi scuri e mescolavano miele.

Tu ci spezzi e il tuo spezzare è uno sguardo che rotola

per valli che si adombrano, strade piene di curve che

pochi hanno la pazienza di andare a cercare.

Tu mi spezzi come spezzi

i rami dei boschi abbandonati

il tempo che corrode essiccatoi

lasciati ai tassi, ai nidi dei ghiri

mi spezzi nel mio essere

una donna qualunque

a cui manca l’ultimo spettacolo teatrale, il fiume

di gente che prende la metropolitana

le scale, mi spezzi come spezzi

le case, come ti spezzi per una regola di natura

senza saperti di spezzare.

Scende a valle il Limentra

il Reno, va a finire a mare, si sporca

di solitudine, di nessuno che ti viene a cercare.

 

 

 

Sono qui ma qui dove dentro la crepa

di un  monte che muore e poi rifiorisce

sbiadisce di nebbia a novembre colora

gli occhi a settembre imbianca gela apre

in me una moltitudine, sono sola, sola dove

che cos’è la solitudine.