Da "LUCI E ECLISSI" di Alessandro Fo

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Alessandro Fo (Legnano, 8 febbraio 1955), latinista presso l’Università di Siena, ha curato e tradotto per Einaudi Il ritorno di Rutilio Namaziano (1992), l’Eneide virgiliana (2012, con commento di Filomena Giannotti), di recente riproposta nei “Millenni” (2025), Le poesie di Catullo (2018) e, di Apuleio, Le metamorfosi (2010) e La favola di Amore e Psiche (2014). Ha inoltre curato varie edizioni di opere di Angelo Maria Ripellino, tra le quali quella che riunisce le tre raccolte poetiche Notizie dal diluvio, Sinfonietta, Lo splendido violino verde (Einaudi 2007, con Federico Lenzi, Antonio Pane e Claudio Vela). Fra le sue sillogi di versi figurano, presso Einaudi, Corpuscolo (2004), Mancanze (2014, Premio letterario Viareggio Rèpaci) e Filo spinato (2021), dalle quali è stata tratta l’antologia con testo a fronte Of Angel & Inmates. Selected Poems of Alessandro Fo, tradotto in inglese da Anthony Molino, Legas, Mineola (NY), 2025.
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Da LUCI E ECLISSI di Alessandro Fo (Einaudi 2026)
Da Prologo
Di volo
Apro il pc e mi appare una foto,
una fra le fornite di default.
È una bella baia thailandese
vista dall’alto. Colpiscono le masse
di quei rilievi soffiati nell’aria,
«spettacolari faraglioni carsici,
lussureggianti foreste di mangrovie,
con acque cristalline».
È il modesto villaggio di Ko Panyi.
Un porticciolo, con le sue casupole,
e tutto sa di semplice e pacifico.
Guardando meglio, minuscolo, in un punto
si sorprende il ricamo
di corpo e torri di un edificio sacro
(cosi parrebbe, almeno).
Chissà come lo vede, la dov’è, Dio…
Se gli fa effetto, che da lì si levino
preghiere e canti di venerazione.
O invece se, un po’ quasi intenerito,
sorride all’infinita piccolezza
di costruzioni e voti degli umani.
Da Nascere
Da un tg del gennaio ’23
Nel racconto dell’uomo che per caso
l’ha scoperto, il neonato
che piangeva nella spazzatura
«stringeva forte il mio dito,
sembrava non volerlo lasciar più».
Si attaccava alla vita?
Chissà
come potesse avere divinato
che, appena generato,
quel signore lo stava già salvando.
Da Vivere
Carcere e nuvole
Parlavo delle nuvole. I reclusi
ascoltavano assorti le poesie
di vari autori che avevo raccolto.
Erano i versi
a prendere le forme
che tanto spesso noi diamo alle nuvole.
«Quando verrà l’ora più grande,
l’ultima…»
(così chiudevo, coi versi piemontesi
di Nino Costa, che sono stati incisi
sotto un suo busto, accanto al Po, a Torino)
«… mi chiederanno “Che hai fatto di bello
nella tua vita?” “Me ne sono stato
– risponderò – lì a guardare le nuvole,
le nuvole che passano nel cielo”».
Memoria di anni verdi, e nostalgia.
Torino stessa era per me una nuvola.
Uno di loro si alzò, in seconda fila:
«Quand’ero detenuto al San Giuliano,
così ogni tanto veniva mia moglie,
c’era un accordo fra noi, nel congedo:
mezz’ora, ancora, da dentro io, e lei fuori,
avremmo insieme guardato una nuvola,
pensandoci.
Uniti dalla nuvola,
la nuvola in comune su nel cielo».
Da Eclissarsi
Passaggi
Sfilavamo sul ponte, al Foro Italico
e scorreva, di fronte,
già lo Stadio dei Marmi,
dove aveva sfilato da bambina
per le gare (correva), sperando
(per un giorno futuro) nell’Olimpico.
«Roma mi mette sempre un po’ tristezza,
perché, se sono ancora tanto giovane,
già mi ha riempito il cuore di ricordi.
E così è allegoria di ciò che passa».
Anch’io, assai più vicino
al varco cui tutto passa
(cui già molto è passato)
che dolore, chissà, penso, che vuoto,
se mi vuoi bene, e se ora è così,
quando quel giorno ripasserai qui
e sarò già passato.
Impermanenze all’Angelus
Badanti slave cercano panchine
per il pranzo, domenica mattina
nel parco. È andata un’altra settimana,
domani e lunedì, si ricomincia.
Fra le margheritine e i favagelli,
coi piumini, i cappucci sui capelli
biondo-bianchi, i fagotti di cibo,
stanno fra loro, lontane da casa
(sempre che una casa ancora resti).
Tutto passa, casa, patria, il tempo
di una vita sensata. Ma sensate,
di vite, poi, ne esistono? Che scopi
davvero valgono la pena? Il denaro?
La fama? Un impegno civile
per altre vite schiacciate, recluse?
Semplicemente qualcosa di bello?
Dal treno ho visto una ragazza nera
bella, sì, ma anche tinta, truccata,
evidentemente proiettata
verso un qualche successo in questa strana
terra straniera, solo un po’ ospitale.
Quanti giorni buoni avrà davanti,
la vita al bivio le andrà bene o male?
Di me che la guardavo, di passaggio
non si e avveduta. E poi è ripreso il viaggio.
Passa don Renzo: «Verresti in Brasile,
per accompagnarmi? Il viaggio vale,
e là ci avremmo così tanto da fare.
Ma io mi sto facendo vecchierello…»
Da Congedo
Scudo stellare
In una foto di fine ’23,
nei suoi tre anni, Adriano è assorto.
Col mento sulle mani, fissa un punto
del tavolo. Ma intanto sogna il cosmo.
Disegnava. Un disco bianco, e dentro
tratti e crocette di vari colori.
«E da dove veniva questa macchia?»
«Da Giove… Però era molto vecchia…
S’è persa da un pianeta gigantesco…
Questa macchia… Prima era nel Sole…
E una macchia grandissimissimissima
e questa macchia cura tutte le cose».
«Davvero?» «Sì, cura… tutte le cose».
«Tipo?… Potresti farmi qualche esempio?»
«Cura te, cura papà, cura io,
cura me, cura nonno, cura nonna,
cura l’altro nonno e l’altra nonna…
Passa da tutti quanti, e lì…
E chi sta male…
Passa… E aggiusta tutto il corpo, pensa tu».
Questa macchia, in famiglia, ora è al sicuro.
Per Natale, a sorpresa, nonno Stefano
l’ha trasformata in disco portachiavi
per «tutti quanti», a nome di Adriano,
luce in tasca per gli anni del futuro.
1° gennaio 2024