Da "OZIO DELLO SGUARDO". Inediti di Carlo Giacobbi

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Carlo Giacobbi è nato a Rieti nel 1974. Nella città natale risiede e lavora. Ha manifestato, sin dalla giovinezza, interesse per la poesia, la letteratura, il teatro, la musica e il canto. Ha vinto numerosi concorsi nazionali ed internazionali. È stato finalista al Premio “Lorenzo Montano” nel 2021 e nel 2023. È nelle redazioni di Arcipelago itaca e Versante Ripido. Collabora con Macabor editore. Intensa è la sua attività di critico letterario che si affianca a quella di organizzatore di laboratori di scrittura poetica, nonché di reading e conferenze sulla poesia. Ha pubblicato, da ultimo, Abitare il transito (Arcipelago itaca), Vicende e chiarimenti (puntoacapo), Anche quando è malora (Arcipelago itaca), Erbe d’esilio (Pequod - portosepolto).
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Da OZIO DELLO SGUARDO. Inediti di Carlo Giacobbi
Da I - Casa delle favole
I - Dove fummo e ancòra siamo
ora comprendo
il tempo non esiste –
a sedic’anni sentivamo l’eterno appartenerci –
e l’inestinguibile, e alta, e frastagliata
fiamma, era il tiro a giro, il grido
la luce d’ambra di lei oltre la rete, tra l’indice
e il sorriso di rimando; mentre il viola
preparava il vero incontro –
l’esultanza liquida dei corpi, lo svanimento
del luogo, dell’ora, nel capogiro
dei perduti, in un delirio
di passeri e bengala
e la quiete poi –
quell’altrove di atolli nel turchese –
quando la parola risale non più tua, dettata –
nella tenerezza di un sottovoce
che non chiede la conferma delle ipotesi –
ma l’ebrietudine dell’ora, l’assenso
a quell’adesso dove fummo
e ancòra siamo
IV - Casa delle favole
viene una musica
da dietro le inferriate – il sole espanso
per l’azzurro – una voce viene
d’organo e di suore, qualcosa si solleva
nel celeste; è un mattino
di vento lieve, tigli
luce tra i rami; e tu hai nel passo
il fischio docile e uguale
agli occhi spaesati dei tuoi quindic’anni –
lì, quando il giro delle ore
era l’assorto nella casa delle favole –
ed oggi sei qui, ti vedo
non lo hai perduto lo sguardo primo –
il legnetto colto a riva
il pallone, le biglie, il secchiello –
mentre tuo padre ti tiene
sulle spalle, ed indica
una vela, lì –
ancòra lì, davanti
al mare
Da II - Convalescenze e fughe
II - Alchimia degli elementi
forse fu alchimia degli elementi –
un già dato; né merito
né pecca; e tu nelle stanzine
degli archeologi, narri di radici e terre
dove affondarono –
di grandine e assolate sui rami –
ma è mappa di glifi neri su fogli neri
ai curiosanti più muta che a te –
dove comprendi
non esperibile il volere –
alterco fossile
lo stato
VI - Ozio dello sguardo
mi chiedi
e non so dire cosa –
erano le quattordici e trenta
i muri facevano scorte di sole –
l’ora del riposo, quella che la domenica
senti gli aerei, le falciatrici –
non posso sapere se l’urlo della luce fu troppo –
le tumefazioni, le corsie; da che ricordo
erano spesso vapori all’alba sulle piastrelle –
quei vetri leggeri
tipo fischiare con la carta gli spifferi –
o certi cieli bianchi, forse –
cianosi dell’aria, l’ozio dello sguardo
sui pali dei campi –
mi tornano alla mente
i fogli porno, raccolti nella cunetta –
la miseria delle giostre di paese, i circhi –
e poi quelle nebbie di fossi
tu che venivi, e il luogo che non sai
se gli vai bene, tipo stare indietro, di lato –
ché non c’è punto che dici
si capisce, non saprei –
non viene a dirlo
Da III - Il ragazzo di ritorno
II - Dove l’aria di sarebbe scissa
davanti al civico –
ero lì, davvero ero lì; i tempi
confluivano nella verticale del mio punto –
il borsone lasciato cadere
dalla spalla, ero lì, nel tramestio dei bicchieri
e delle ore; trapezi di cielo, altre lingue –
fischi di saette tra i rami –
lì, nell’attesa saputa spillo a spillo –
ebbro a scorgere
dall’uno all’altro lato dell’avverabile –
dove l’aria si sarebbe scissa
al tuo apparire
VI - Dove davvero si è nome, volto
il garbo raro –
le alternanze dei pieni
dei vuoti, la turnazione di lingua
e orecchio, dove davvero si è nome, volto
riconosciuto; ciò che abilita al racconto
delle idee verticali, degli spaventi
in acropoli, agorà, delle fiamme buttate
giù per le lamiere e la grazia –
quell’incombere di nubi saputo presto
troppo presto, ragazza –
e da quella scissione d’acque
sempre lì, sempre lì, sulla fronte
che pregava la mano allo scempio del respiro –
e tu c’eri, nella voce per salti
dello sterno c’eri, eri lì –
raccoglievi nei palmi
i pezzi d’occhi
il diluvio
XX - Chiede luogo, il tuo ri-esserle
tu sei ora –
tu sei ogni volta
nello spillo dell’attimo appuntato –
i granelli non risalgono l’ampolla che li diede –
hai solo un tempo; è adesso –
le albe non torneranno rosa arrotando i denti –
non svelenisce il sangue
in feritoie viperine; lei chiama, chiede luogo –
il tuo ri-esserle; e non è equilibrio
di piatti, tra rimastico e profezia –
qui non è cosa di mezzo –
il qualunque del possibile
o lascia stare, dammi
retta, meglio
niente
Da IV - Res dubia
I - Enigma
sera d’estate –
l’odore sparso dei gelsomini –
inquieti frullii, e sulla seta indaco del cielo
sollevi il viso, domandi all’aria
se l’odore della rosa
è il suo pregare; il vento agita i lustrini
alle finestre; i piccioni, tra
l’arco di Santa Lucia e il palazzo
del Governo, trovano il cavo
dove chiudere le ali –
in te si solleva l’incendio dell’amore
ma il tarlo d’essere sa bene
la pena dell’enigma –
accadono cose, e tu credi persino
d’averne parte, piccola magari –
e che il tuo stare aggiunga
caso, alla storia
o al fato
III - Il piccione e io
vallo a sapere
cosa pensa il piccione
sul davanzale della vecchia casa
quando inclina interrogativo il capo –
se qualcosa, un che di oscuro
oltre i vetri sfondati lo cattura; se un verme
un bicchiere opaco o un materasso
fiorito di muffe: luoghi, dove qualcuno
avrà amato; chissà se si chiede
il suo senso, il motivo
del frullo, il tubare
se anche lui sa
cos’è stare soli, sotto
il morso feroce
del sole
Da VI - La questione e il rimedio
II - Resta, parlami
forse è tutto qui –
nei corpi che si parlano, il solo vero essere
nel tempo di qualcuno, nelle mani –
le domande sui cieli, o sugli
abissi, se vuoi, si, ci tremano ancòra, è così –
eppure guarda, ascolta, devo
dirti: questo stare, annuvolati, ubiqui –
ci fu dato, è di tutti; fiammella
di senso forse, suo preludio, qualcosa
che dai millenni chiama; mentre
l’ora è tarda, e mi guardi, e dici: resta –
stai con me stanotte
fuori si gela –
e parlami, parliamo
così poco, resta
parlami
IV - L’occasione di essere
quel sorridersi, poi, così –
cavato dal nulla; ed io che ho
un walzer di cucchiaini nella testa
se solo dici: «potremmo
stare qui per sempre» –
dimentichi di clessidre, ruoli
grida dai memo –
di tutti gli specchietti
degli onori resta niente; sei
il tempo propizio
tra le fioriture
e la vendemmia
l’occasione
di essere