Da "PROCNE MACHINE" di Carmen Gallo

 

 

 

 

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Carmen Gallo è nata a Napoli.

Nel 2025 ha raccolto i suoi libri di poesia in Stanze per una fuga (La Vita Felice), che include Le fuggitive (Aragno; Premio Napoli 2021).

Nel 2024 ha pubblicato il fototesto Tecniche di nascondimento per adulti (Italo Svevo). Ad inizio 2026 è uscito Procne Machine (Einaudi).

Ha scritto sulla poesia metafisica di John Donne e ha curato e tradotto opere di William Shakespeare, T. S. Eliot, Caryl Churchill, Hannah Sullivan ed altri.

Insegna letteratura inglese alla Sapienza di Roma.

 

 

 

 

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Da PROCNE MACHINE di Carmen Gallo (Einaudi 2026)

 

 

 

 

 

Da I. - Aprile

 

 

 

 

 

Qui dove vivo resistono molte specie,

e molti canti. Costruiscono nidi

sui tetti delle chiese, accanto alle discariche,

vicino agli scoli delle fogne in mare.

Da qualche tempo li osservo alla finestra

nei pochi spazi verdi tra i palazzi. Li cerco, li aspetto.

Sono passeri o merli, nascosti tra i pini.

Di notte, invece, i gabbiani volano sulla piazza

alti tra grandi strepiti. Li seguo, li accompagno

mentre scendono in picchiata, li vedo

attaccare i piccioni, colpirli al petto, al collo

e loro inermi si schiantano sopra tetti o terrazzi.

All’alba restano ali e cartilagini sulle auto parcheggiate.

Legge di natura, interessi della specie, pare,

ma a volte c’è qualcosa di più, o di meno,

qualcosa che ha a che fare con la noia.

 

 

 

Si fermano qui di ritorno dall’Africa. 

Restano il tempo di occuparsi dei piccoli,

di allenare i muscoli al volo, di accumulare

riserve di grasso per il viaggio.

Si chiama iperfagia questa fame che le assale

anche se sono in gabbia, anche se non possono

più volare. Ingrossano i fianchi, il petto, l’addome,

la pelle molle intorno alla gola.

Alcune bruceranno tutto nella traversata

per raggiungere e oltrepassare il Sahara.

Le altre resteranno in gabbia, inquiete, 

tenteranno il volo battendo per ore la testa

contro il ferro delle sbarre, sempre

nella direzione prevista dalla rotta.

 

 

 

Già Aristotele aveva notato

la mancanza delle rondini d’inverno.

Come altri credeva che posandosi

sugli alberi senza foglie dell’autunno

gli uccelli si trasformassero in rami.

Oppure che si nascondessero nei canneti

per trascorrere l’inverno da anfibi.

Alcuni pescatori giuravano

di aver visto rondini ancora vive

sotto la superficie ghiacciata di un lago.

 

 

 

 

 

Da III. - Le metamorfosi

 

 

 

 

 

Da quando ci hanno impagliate

non abbiamo più bisogno

di un posto dove andare.

Siamo qui su una mensola

tra la finestra e l’armadio.

Quando ci hanno trovate

eravamo vive e spaventate.

Non abbiamo fatto molta strada.

Ci hanno portate in un posto

con centinaia di altre gabbie.

Era quasi settembre, credo,

perché molti stavano male,

prendevano le sbarre a testate.

Era colpa degli ormoni

che gli dicevano di andare.

Di notte si quietavano

ma di giorno ricominciavano

a tentare il volo

a migrare senza andare.

Poi un silenzio lungo un letargo,

una specie di morte fino ad aprile

quando di nuovo sono tornate

le testate, le ali incastrate.

Gli uomini ci hanno tenute lì

in attesa di sentirci cantare

ma noi siamo rimaste

mute per tutta l’estate

così si sono spazientiti

e dopo qualche tempo

ci hanno messo in una busta

e ci hanno congelate.

 

 

 

Non so cosa le hanno fatto

ma posso immaginarlo.

L’avranno tirata fuori dal frigo

per farle subito delle foto

di faccia, di profilo

sul tavolo di marmo nuovo

poi l’avranno scuoiata

piano, con un coltellino,

l’avranno incisa sulla pancia

stando attenti a non tagliare

gli organi interni da asportare,

a non rovinare troppo la pelle

perché è costosa e dopo gli serve.

Avranno allentato con cura i lembi

per rimuovere il grasso e la carne,

le avranno tolto gli occhi,

ma non il becco, perché

quello è forte e a tirarlo

non viene via facilmente.

L’avranno cosparsa di sale

e disinfettante,

e dopo qualche giorno

le avranno messo dentro

una specie di gesso,

una massa morbida

di un materiale strano,

prima di rivestirla

con le piume, le zampe

e tutto il resto.

Avranno guardato

con attenzione le foto

per ricordarsi bene

la forma del suo corpo.

Avranno sistemato con le mani

i buchi e i bozzi

prima di ricucirla

con un filo di nylon

e rendere invisibile

il taglio sul davanti.

 

 

 

Quando ci ha vendute

l’uomo consigliava di tenerci

al riparo dalla luce

e dai luoghi troppo umidi

perché la muffa ci rovina la pelle

e con l’aria secca, invece,

ci vengono le crepe,

ci cadono le penne.

Diceva pure che volendo

potevano riaprirci,

rimpolparci un po’ il petto

con un minimo sovrapprezzo,

sistemarci gli occhi finti

con un paio fatto meglio,

era un po’ strano, era vero,

lo sguardo che ci era venuto

con i miei occhi troppo vicini,

e i suoi troppo lontani.

 

[…]

 

 

 

 

 

Da IV. - Traducendo Keats

 

 

 

 

 

Ode all’usignolo

(da Keats)

 

Non sei nato per la morte, uccello immortale.

Non ti calpestano le generazioni mai sazie.

Nei tempi andati, imperatori e buffoni hanno ascoltato

la voce che ascolto io in questa notte che passa.

Lo stesso canto ha forse trovato un varco

nel cuore triste di Ruth, che pianse

nel grano straniero pensando alla sua casa.

 

 

 

Bisanzio

(da Yeats)

 

Miracolo, uccello e manufatto dorato,

più miracolo che uccello o manufatto

posato sull’orlo di un ramo, nella luce delle stelle,

tu, fiero del tuo metallo che non muta,

puoi cantare come i galli dell’Ade

o, amareggiato dalla luna, puoi schernire

l’uccello comune, il petalo e tutta

la complessità del fango e del sangue.