Da "SIGILLO" di Giovanna Sicari. Versi scelti e sparsi

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Giovanna Sicari (Taranto, 1954 - Roma, 2003) è stata poetessa e scrittrice. Dal 1962, con la famiglia, si trasferisce a Roma, nel quartiere Monteverde. Le sue prime poesie escono a partire dal 1982 sulla rivista Le Porte, quindi su Alfabeta, Linea d’Ombra, Nuovi Argomenti. A partire dal 1986 pubblica in poesia: Viaggio clandestino (Quaderni di Barbablù 1984); Decisioni (Quaderni di Barbablù 1986); Ponte d’ingresso (Rossi & Spera 1988); Sigillo (Crocetti 1989, nuova pubblicazione Donzelli 2019); Non solo creato (insieme a Milo De Angelis, Crocetti 1990); Uno stadio del respiro (Scheiwiller 1995); Nudo e misero trionfi l’umano (Empirìa 1998); Roma della vigilia (Il Labirinto 1999); Epoca immobile (Jaca Book 2004); Naked Humanity. Poems 1981-2003 (Gradiva Publications 2004); Poesie 1984-2003, a cura di R. Deidier (Empirìa 2006). Dal 1985 al 1989 è redattrice della rivista Arsenale. A partire dagli anni ‘80 inizia inoltre a lavorare come insegnante nel penitenziario di Rebibbia, a Roma, incarico che mantiene fino al 1997, quando si ammala gravemente. Dopo essersi sottoposta a interventi e cure prima a Roma, poi a Milano – dove nel frattempo si era trasferita col marito Milo De Angelis e il figlio Daniele – torna a Roma nell’estate del 2003, dove muore nella notte tra il 30 e il 31 dicembre.

 

 

 

 

 

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Da SIGILLO (Roma, Donzelli 2019)

 

 

 

 

Erano curve le loro vene

 

Appoggiata appena allo schienale

ero là che invocavo tutti i santi

del paradiso, i divini, i malcapitati

ammaliatori ostaggi dell’anno duemila.

Voce d’aria, impero del coraggio

vi affranco da ogni male

pescatemi ancora più giù della scarpata.

Avvolgevo la sorte e chiudevo

chiudevo per folgorare

mescolando con me i canti dell’animale.

Frequente rotta vedi qualcuno per domani?

Più che incerta sembrava la guardia

gli altri finivano, erano curve

le loro vene, i giardini

oh i giardini giravano dentro

sdoppiati, oltre ogni misura scoppiavano.

 

 

 

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Non c’è che nebbia dal tuo balcone, non è schermo d’azione
averti creduto padre teologo, sposo maestro,
non sono né tua figlia né tua moglie, un figlio non era evento
di potere o di sesso ma entusiasmo di farti vivere in me
non per il razzismo dell’amore, non per l’invidia della
mia anima spartana. Figlio di tante madri diurne e folli
e di tanti padri banditi e rivoluzionari
nati in un punto del cosmo equatoriale
ma tu figlio amore che non vuoi che tuo figlio nasca
perché non giaci su di una branda da corridoio,
segnati per sempre nella cronaca dell’astinenza
dite che ignori il freddo sotto il legno della bufera
non voglio più niente saperne, ora dormo
te lo dica un’altra cos’è lo scampanio
di una minuscola fiamma che di lato arde.

 

 

 

*

 

Sognavo che ero morta e camminavo
l’ignoto scandiva impeti e campane
l’ignoto, quando tutti seguono la legge
dà la vertigine, una macchia il sole
all’improvviso, ricordava tracce di ideali:
penitenti bagnati sull’asfalto
accarezzano aria.
Seguitemi – dissi – ho mani divise
cerco un insensato forte luogo
di alghe e sesso
dove lo scenario ha puri battiti sfrenati
coperte nuziali ricamate di cielo.

 

 

 

*

 

Oh che inverno esorbitante che percezione del terribile!

 

Siamo a bordo

non v’è ruggine sul fiocco

non si spezza sotto vento l’esca

del mio amo. Mantieni la rotta

appena sarai lassù, tienimi forte.

Se sei pronto per simili averi

su quel cavallo verde di fanghiglia

non sferrare assalti al cielo.

Abbiamo ambedue una ragione di fuoco

uguale tempesta, uguale partitura.

S’intende l’innocenza, stasera

il suolo ci raggiunge, si sospetta

della verginità ancora intatta.

Amore non so, non voglio sapere

se dalla via s’intravede

la statua risorta.

 

 

 

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Missione

 

a Milo De Angelis

 

Alle cinque si schiantano le regali pianure

della neve sparsa, mete del momento

indicatore dei terribili venti

non è banale, l’erba del prato

non ha simboli di morte, il lago ascende

forte sotto il peso del montanaro,

quanti paletti in fila verso il camposanto

tu che li conosci non ritirare

la nostra spiaggia di piogge fresche.

Possibile non sapere, impossibile il sangue

che cola, che sia invasione

che sia il ragazzo che imbianca i muri

per timore fermo dell’accaduto, la missione.

Non diciamo niente a chi

non ha storie e vive

per quelle degli altri e s’interroga

sul posto delle fragole. Andiamo

su quella collina alle sette di sera

dopo il granaio su in cima c’è

un camion che porta in paradiso.

 

 

 

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Perché non sono io un liquido fanciullo

spettinato e bastardo, perché poi dovrei coglierlo

capirlo nelle ore spossate, solo perché non bevo.

È disgustoso il vino dei tuguri, chiude nel fieno

gli altri che non possono salvarmi

non ha luci, ruggine la rabbia, è chiusa

nelle case dei prigionieri, breve

nella strada di forti polveriere.

Tu non leggevi niente, ansimavi break,

ti guadagnavi il pane a borsa nera.

 

 

 

*

 

Per giocare d’azzardo mi ubriacavo, andando là per sovvertire
non c’era l’eco dei tuoi passi, tra cielo e monti
il rantolo della giovinezza: gioventù che piuttosto di morire ti ucciderà!
Nella stanza, nella clinica, nell’orto l’ordine vero dei ciechi
cambiando il posto alla mela inondavo di sperma il mare
cieca del buio disperando di trovare non trovavo né te né me
cercavo e trovavo mia madre
sul letto ti volevo ma non c’eri: ninnoli e cappelli i miei biberon!