Da "TUTTE LE POESIE" di Guido Gozzano. Versi scelti e sparsi

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Guido (Gustavo) Gozzano nasce nel 1883 a Torino, dove muore a soli 32 anni, nel 1916, di tisi. Del 1906 sono i primi componimenti di La via del rifugio, opera che viene poi pubblicata nel 1907. Nella primavera del 1907 inizia un contrastato rapporto d’amore con Amalia Guglielminetti conosciuta l’anno prima presso la Società di Cultura a Torino. Nel 1909 abbandona definitivamente gli studi giuridici per dedicarsi alla poesia e nel 1911 pubblica il suo libro più importante, I colloqui. Fra il 1913 e il 1915 lavora a un poemetto dedicato alle Farfalle che non porterà mai a termine. Nel 1914 raccoglie nel volume I tre talismani sei fiabe che aveva scritto per il Corriere dei Piccoli. Escono postumi: Verso la cuna del mondo. Lettere dall’India (1917), L’altare del passato (1917), La principessa si sposa (1918), L’ultima traccia (1919), Primavere romantiche (1924).
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Da TUTTE LE POESIE di Guido Gozzano
(Mondadori, Milano 1983)
L’esilio
per una «demi-vierge»
I.
Non ti conobbi mai. Ti riconosco.
Perché già vissi; e quando fui ministro
d’un rito osceno, agitator di sistro
t’ho posseduta al limite d’un bosco.
Bene ravviso il sopracciglio fosco
le bande fulve… Chi segnò di bistro
l’occhio caprino gelido sinistro?
Or ti rivedo in un giardino tosco,
vergine impura, dopo mille e mille
anni d’esilio. Tu, fatta Britanna,
scendi in Italia a ricercarvi il sogno.
Sono tre mila anni che t’agogno!
Ma com’è lungi il sogno che m’affanna!
Dove sono la tunica e le armille?
II.
Dove sono la tunica e le armille
d’elettro che portavi a Siracusa?
E le fontane e i templi d’Aretusa
e l’erme e gli oleandri delle ville?
Del tempo ti restò nelle pupille
soltanto la lussuria che t’accusa,
vergine impura dalla fronte chiusa
tra le due bande lucide e tranquille.
E questa sera tu lasci le danze
(per quel ricordo al limite d’un bosco?)
tutta fremendo, come un’arpa viva.
Giungono i suoni dalle aperte stanze
fin nel giardino… O bocca! Riconosco
bene il profumo della tua genciva!
Il commesso farmacista
Ho per amico un bell’originale
commesso farmacista. Mi conforta
col ragionarmi della sposa, morta
priva di nozze del mio stesso male.
«Lei guarirà: coi debiti riguardi,
lei guarirà. Lei può curarsi in ozio;
ma pensi una modista, in un negozio…
Tossiva un poco… me lo scrisse tardi.
Torna!… Tornò, sì, morta, al suo villaggio.
Pagai le spese del viaggio. E costa!
Vede quel muro bianco a mezza costa?
È il cimitero piccolo e selvaggio.
Mah! Più ci penso e più mi pare un sogno.
La dovevo sposare nell’aprile;
nell’aprile morì di mal sottile.
Vede che piango… non me ne vergogno.»
Piangeva. O morta giovane modista,
dal cimitero pendulo fra i paschi
non vedi il pianto sopra i baffi maschi
del fedele commesso farmacista?
«Lavoro tutto il giorno: avrei bisogno
a sera, di svagarmi; lo potrei…
Preferisco restarmene con lei
e faccio versi… non me ne vergogno.»
Sposa che senza nozze hai già varcato
la fiumana dell’ultima rinunzia,
vedi lo sposo che per te rinunzia
alle dolci serate del curato?
Vedi che, solo, e affaticati gli occhi
fra scatole, barattoli, cartine,
preferisce le tue veglie meschine
alle gioie del vino e dei tarocchi?
«Non glie li dico: ché una volta detti
quei versi perderebbero ogni pregio;
poi, sarebbe un’offesa, un sacrilegio
per la morta a cui furono diretti.
Mi pare che soltanto al cimitero,
protetti dalle risa e dallo scherno
i versi del mio povero quaderno
mi parlino di lei, del suo mistero.»
Imaginate con che rime rozze,
con che nefandità da melodramma
il poveretto cingerà di fiamma
la sposa che morì priva di nozze!
Il cor… l’amor… l’ardor… la fera vista…
il vel… il ciel… l’augel… la sorte infida…
Ma non si rida, amici, non si rida
del povero commesso farmacista.
Non si rida alla pena solitaria
di quel poeta; non si rida, poi
ch’egli vale ben più di me, di voi
corrosi dalla tabe letteraria.
Egli certo non pensa all’euritmia
quando si toglie il camice di tela,
chiude la porta, accende la candela
e piange con la sua malinconia.
Egli è poeta più di tutti noi
che, in attesa del pianto che s’avanza,
apprestiamo con debita eleganza
le fialette dei lacrimatoi.
Vale ben più di noi che, fatti scaltri,
saputi all’arte come cortigiane,
in modi vari, con lusinghe piane
tentiamo il sogno per piacere agli altri.
Per lui soltanto il verso messaggiero
va dal finito all’infinito eterno.
«Vede, se chiudo il povero quaderno
parlo con lei che dorme in cimitero.»
A lui soltanto, o gran consolatrice
poesia, tu consoli i giorni grigi,
tu che fra tutti i sogni prediligi
il sogno che si sogna e non si dice.
«Non glie li dico: ché una volta detti
quei versi perderebbero ogni pregio:
poi sarebbe un’offesa, un sacrilegio
per la morta a cui furono diretti.»
Saggio, tu pensi che impallidirebbe
al mondo vano il fiore di parole
come il cielo notturno che lo crebbe
impallidisce al sorgere del sole.
Di me molto più saggio, che licenzio
i miei sogni, o fratello, tu mantieni
intatti fra le pillole e i veleni
i sogni custoditi dal silenzio!
Buon custode è il silenzio. E le tue grida
solo la morta giovane modista
ode: non altri della folla, trista
per chi fraternamente si confida.
Non si rida, compagni, non si rida
del poeta commesso farmacista.
Cocotte
I.
Ho rivisto il giardino, il giardinetto
contiguo, le palme del viale,
la cancellata rozza dalla quale
mi protese la mano ed il confetto…
II.
«Piccolino, che fai solo soletto?»
«Sto giocando al Diluvio Universale.»
Accennai gli stromenti, le bizzarre
cose che modellavo nella sabbia,
ed ella si chinò come chi abbia
fretta d’un bacio e fretta di ritrarre
la bocca, e mi baciò di tra le sbarre
come si bacia un uccellino in gabbia.
Sempre ch’io viva rivedrò l’incanto
di quel suo volto tra le sbarre quadre!
La nuca mi serrò con mani ladre;
ed io stupivo di vedermi accanto
al viso, quella bocca tanto, tanto
diversa dalla bocca di mia Madre!
«Piccolino, ti piaccio che mi guardi?
Sei qui pei bagni? Ed affittate là?»
«Sì… vedi la mia Mamma e il mio Papà?»
Subito mi lasciò, con negli sguardi
un vano sogno (ricordai più tardi)
un vano sogno di maternità…
«Una cocotte!…»
«Che vuol dire, mammina?»
«Vuol dire una cattiva signorina:
non bisogna parlare alla vicina!»
Co–co–tte… La strana voce parigina
dava alla mia fantasia bambina
un senso buffo d’ovo e di gallina…
Pensavo deità favoleggiate:
i naviganti e l’Isole Felici…
Co–co–tte… le fate intese a malefici
con cibi e con bevande affatturate…
Fate saranno, chi sa quali fate,
e in chi sa quali tenebrosi offici!
III.
Un giorno — giorni dopo — mi chiamò
tra le sbarre fiorite di verbene:
«O piccolino, non mi vuoi più bene!…»
«È vero che tu sei una cocotte?»
Perdutamente rise… E mi baciò
con le pupille di tristezza piene.
IV.
Tra le gioie defunte e i disinganni,
dopo vent’anni, oggi si ravviva
il tuo sorriso… Dove sei cattiva
Signorina? Sei viva? Come inganni
(meglio per te non essere più viva!)
la discesa terribile degli anni?
Oimè! Da che non giova il tuo belletto
e il cosmetico già fa mala prova
l’ultimo amante disertò l’alcova…
Uno, sol uno: il piccolo folletto
che donasti d’un bacio e d’un confetto,
dopo vent’anni, oggi, ti ritrova
in sogno, e t’ama, in sogno, e dice: T’amo!
Da quel mattino dell’infanzia pura
forse ho amato te sola, o creatura!
Forse ho amato te sola! E ti richiamo!
Se leggi questi versi di richiamo
ritorna a chi t’aspetta, o creatura!
Vieni. Che importa se non sei più quella
che mi baciò quattrenne? Oggi t’agogno,
o vestita di tempo! Oggi ho bisogno
del tuo passato! Ti rifarò bella
come Carlotta, come Graziella,
come tutte le donne del mio sogno!
Il mio sogno è nutrito d’abbandono,
di rimpianto. Non amo che le rose
che non colsi. Non amo che le cose
che potevano essere e non sono
state… Vedo la casa, ecco le rose
del bel giardino di vent’anni or sono!
Oltre le sbarre il tuo giardino intatto
fra gli eucalipti liguri si spazia…
Vieni! T’accoglierà l’anima sazia.
Fa ch’io riveda il tuo volto disfatto;
ti bacierò: rifiorirà, nell’atto,
sulla tua bocca l’ultima tua grazia.
Vieni! Sarà come se a me, per mano,
tu riportassi me stesso d’allora.
Il bimbo parlerà con la Signora.
Risorgeremo dal tempo lontano.
Vieni! Sarà come se a te, per mano,
io riportassi te, giovine ancora.