ECHI-RILETTURE. Versi scelti dall'opera di Attilio Zanichelli. A cura di Alessio Zanichelli


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Attilio Zanichelli nasce a Parma nel 1931 e muore nella stessa città nel 1994, vivendo per un breve periodo nel paesino limitrofo di Sorbolo. Intrattiene rapporti, in forma epistolare, con diversi scrittori e critici della cultura letteraria italiana: Natalia Ginzburg, Franco Fortini, Attilio Bertolucci, Gianni D’Elia, Gian Carlo Conti, ecc. Durante l’infanzia studia pianoforte; questa esperienza si interrompe a causa della prematura scomparsa del padre. Inizia quindi a praticare una varietà di lavori.
Per tutta la vita legge e studia da intellettuale autodidatta. Prende inoltre la tessera del Partito Comunista e scrive su numerose riviste riguardo a tematiche ideologiche.
Sentimento d’oceani è la sua raccolta poetica di esordio, autoedita presso Gastaldi nel 1953.
Con la famiglia si trasferisce a Parma quando trova un impiego come operaio per l’industria vetraria Bormioli & Rocco. Parallelamente al lavoro in fabbrica, alimenta la sua vocazione per la lettura e la scrittura, proponendosi come redattore per alcune riviste locali di carattere culturale. Musica una messa commissionata da Don Marocchi, confermandosi grande melomane.
Scrive inoltre racconti brevi per diverse testate locali e poesie per alcune antologie o riviste letterarie (tra le quali “Arsenale”, “Nuovi Argomenti” e l’antologia curata dal critico Giuseppe Marchetti l’inquieta speranza: antologia poetica parmigiana), attraverso le quali ha modo di approfondire la corrispondenza con altri scrittori. Compone altresì monologhi e dialoghi teatrali (molto influenzati dal genere di teatro brechtiano), romanzi brevi e “drammi onirici” (da lui stesso così intitolati).
Nel 1973 pubblica, per Guanda e grazie all’aiuto di Attilio Bertolucci che ne scrisse la prefazione (Bertolucci aveva lavorato per la casa editrice fin dai primi anni, collaborando con il fondatore Ugo Guanda. Quando Zanichelli pubblica il suo libro, la sede editoriale non si è ancora trasferita a Milano, dove invece si trova oggi), Giù fino a cielo. La singolarità delle poesie contenute nell’opera edita portò Zanichelli a vincere, concorrendo tra cento scrittori, il premio “Roberto Gatti” di Bologna, nel 1974.
Nel 1981 viene incluso nella proposta antologica del volume Nuovi poeti italiani 1 edito da Einaudi e curato da Franco Fortini, Natalia Ginzburg, Emilio Faccioli, Paolo Fossati, Camillo Pennati e Marco Vallora. Nella scelta voluta dai curatori l’attenzione è posta sui singoli testi e le psicologie degli autori, senza appellarsi a nessuna scuola stilistica o tradizione del secolo. In particolare «nelle composizioni di Zanichelli vagola un ciclope cieco, fra continui crolli di materiali e di terrore, con fughe e sequenze percosse su quattro o cinque accenti grandi, capitolazioni catastrofiche ed appassionati e straordinari luciferi, non senza gesti di impavidità, certezze, dismisure» (1). L’importanza per la crescita poetica di Zanichelli sta nel fatto che in questa antologia tutte le poesie appartengono alla nuova raccolta Orsa minore, qui pubblicata per la prima volta.
Mantiene, negli anni a seguire, il contatto personale con Franco Fortini, andando qualche volta a casa del critico a Milano. Fortini diventa presto un interlocutore indispensabile per il suo lavoro poetico, il cui sforzo sarà coronato nel volume Una cosa sublime, edito da Einaudi nel 1982.
Nel 2018 il teatro La Fenice di Venezia mette in scena delle arie liriche riprese dagli archivi di Casa Ricordi (2). Tra le arie per tenore è presente il testo città addormentata, tratto da Una cosa sublime.
Il Comune di Sorbolo, nel 2016, organizza, assieme al Gruppo Storico Archeologico della val d’Enza, Caio Decimo, una giornata commemorativa per ricordare i natali di tre illustri suoi cittadini: Attilio Zanichelli, Domenico Benassi (nome d’arte: Memo Benassi) e Attila Longagnani; rispettivamente presentati come lo scrittore, l’attore e l’inventore.
Attualmente, Alessio Zanichelli, il nipote del poeta, sta lavorando a una tesi di Master presso l’Università della Svizzera Italiana con un lavoro filologico sugli inediti di suo nonno. La tesi è seguita con grande interesse da Fabio Pusterla e Antonella Anedda.
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                                                                                                                                                   Alessio Zanichelli
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(1) - Premessa in Nuovi poeti italiani 1, Torino, Giulio Einaudi, 1980, p. VII.
(2) - Si tratta di una casa editrice italiana, specializzata soprattutto nell’opera lirica; attualmente, Casa Ricordi fa parte di Universal Music Publishing Classical (UMPC), per l’edizione e le riedizioni musicali in tutto il mondo.
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Alessio Zanichelli è nato a Parma, ma risiede a Lugano (CH). È il nipote del poeta Attilio Zanichelli. Ha studiato a Parma presso la facoltà di Lettere e Filosofia, concludendo il triennio con una tesi sul Pasquino in Estasi di Celio Secondo Curione, studiando l’implicazione del pensiero protestante nella diffusione di libelli satirici. Si sta attualmente laureando in Lingua, letteratura e civiltà italiana presso l’Università della Svizzera Italiana, con un lavoro di tesi sull’opera del nonno (in particolare gli inediti), ricollocandola nel panorama della poesia parmense del Novecento.

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Da UNA COSA SUBLIME
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Difesa della realtà
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E pochi, pochi ormai in serbo
ha la terra; la luce dei campi è nuova.
Ai bordi dei ruscelli ci sfida
il vento assorto nei celesti corpi.
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Ogni casa una volta era amica della fiamma
tremante sul castello. Le campane
vagano oscillanti. Il fiume ricorda
ripulendo i cadaveri d’incastrata memorie.
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La pioggia stava nell’arco della buia notte.
Toccatemi – ella diceva – sarò dove si aggrappa
il fulmine sui tetti. Oh, che viva.
Non spegnete le torce della pioggia.
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Io rilevavo un giorno le morte buche
dentro cui l’àspide era morta, nei luoghi
e immensi boschi furtivamente celata,
poi su brande di foglie m’addormentavo.
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E pochi, pochi ormai in serbo
ha la terra; le buche troppo alte
ora irritano gli occhi. Si destano
nella brama dei lupi le lucertole.
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Fabbrica
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Chi ha paura di essere chiamato al destino
di ogni giorno come io operaio alla Bormioli
Rocco e figlio che vanta al capitalismo un secolo
di lacrime? Se potessi alla durezza vivace
del tempo con sconsolata pace restituire
le mani mie chiuse di dolore, la coscienza atroce
dei miei occhi come a inebriarsi sul mare
vanificando e tutto, ridendo a lenire
la sofferenza dentro codesta carne, come povero
che cerca non da Dio una risposta ma perché
un attimo è duro a sorridere gettando
in un corpo il mio corpo a morire, la mia ansia
che vuole sorridere e invece deve piangere!
Come so di quale odio ha fatto pieno il suo ventre
la terra, con quale legge ha reso la povera
classe serva per sempre, chi e quale sapienza
ha fatto degli uomini che avere debba uno
dall’altro che patisce il pane a tradimento?
Per bontà dell’amore? Per peccato d’origine?
Ah dolce mattina io sto passeggiando dove
le pietre non hanno risposto, i paraggi
hanno scelto per me che io viva di luna e foglie
e sogni, fino a che bianco sarà ogni ritorno
in nulla come cader di neve da ramo taciturno,
ideale che sa ognuno al mondo e traduce
in silenzio ogni giorno, e non ha mai pace.
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Gli occhi del tempo
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Che specie ritrovo in questo mio specchio, di me?
Forse il calore levato dal cuscino del letto
mi porta due segni sulla guancia mai speranza, qualche
gradino più su con altri desidèri, finestre su porte
contro cui già vedi il luogo di sempre fatto
a silenzio di notte e a rumore di giorno. La luce
della grandine quando c’è dalle montagne.
questa notte ha i catrami in cielo. L’alba
giocherà domani con i passi degli operai.
Non so se sia giusto o no, i loro occhi
si scaldano alla luce dei fiammiferi. Guardi
i loro abiti dimessi di uomini giusti
per fare campare coloro che nulla faranno
sognanti dalla vita inutile fuga, chissà
che non li addormenti una piacevole favola.
Da essi trapela la solitudine come enigma dell’anima,
dirsi le cose in fretta e asciugarsi la bocca.
Qualcosa che non ha né la mente né l’amore
in questo gioco tremendo che ispira vendetta
lo dici allo specchio. Esso vede un bisogno.
A te nulla chiede né una promessa ha luogo.
Ogni promessa mancata. Perché viso si tonda
di un’altra grazia che annega domani. Quanti
sogni sono andati perduti davanti allo specchio
che reggeva misera l’anima. Quante notti
avranno i catrami in cielo dopo il tramonto.
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Da GIU' FINO AL CIELO
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Grimau
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Bianco di labbra li calzava il vento
funebri; poi annegò nel sangue
scorciato dei poveri l’urlo. Ogni giorno
sbandiera una triste voce i popolo la morte.
La tua morte. Grimau
dalla siepe dei tuoi amici, latra del peso mancato
a bilanciare la sorte. Le bocche calano
orrende sopra il tuo corpo di prato.
Nella stiva della notte
solitudine, cantò l’anima
irrequieta del temporale; un cristianesimo fiorì
di fuoco per scaldare il tuo cuore in punta di stelle.
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Io sono…
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Io sono un operaio
una fetta del mondo, non un paciere
non un cane segugio né una scorza di tempo
ma un operaio, tremo del mio stato
infame, non sono la porta di ferro
dello Stato né il canto che vuole morire,
ah operaio, quale che sia la tua strada
pare che il caposquadra non sia fiero abbastanza,
che non sia abbastanza contento di te;
dice: meglio potevi fare! Ma tu hai il culo nel molliccio
dico io; e per te ogni cosa pende sempre bene!
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Un lavoro
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Devo cercarmi un lavoro che sia meno utile
di quello che sulla terra si chiama utilità
prendere e vestire, abituarsi a reggere l’inferno così
e così, come viene viene, uno dopo l’altro, i bastoni punitivi!
Devo abituarmi a tutto, fuorché piangere come feci gli anni
passati, con Dio fra i polmoni, gridando
fuori dalla mia abitudine che questo morbo doveva servire
a mettere le ali agli stupidi!
Un lavoro insomma che cercasse me
da questa malinconia, sparendo fino
all’ultimo, scrivendo una lettera in data di angoscia!
Beata la resurrezione che non verrà mai!
Cercai un lavoro e mi trovai in un inferno assurdo, con le braccia
legate a una vana speranza, signorsì,
sottile come uno spasimo dentro il corpo senza l’anima.
Uscivo dal labirinto con la mollica del pane fra i denti
freddi! Beata, beata riconoscenza del padrone che m’ha dato!