Su alcune traduzioni di “A UNE PASSANTE” di Charles Baudelaire. Di Lorenzo Fava

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Annoto qui qualche osservazione sulle traduzioni di uno dei testi più conosciuti della produzione di Charles Baudelaire, l’autore che quando avevo 16-17 anni mi iniziò a questa “faccenda”. Mi trovo a ragionare su cinque versioni di à une passante: a tradurre sono Luigi De Nardis, Romano Palatroni, Giovanni Raboni, Milo De Angelis e Michele Zaffarano. Questo paragrafo, visti i miei limiti filologici e comparatistici, non vuole essere altro che una breve riflessione su quello che ha significato per me leggere, riscritta in italiano, più volte la stessa poesia. Non do notizie biografiche dei cinque traduttori. Tutti forniscono versioni che, come spesso messo in chiaro nelle note, vogliono – e secondo me riescono – a rispettare la voce del poeta che dalla sua soffitta parigina ha cambiato per sempre la storia della poesia. Confrontarsi con un testo dei più rappresentativi de Les Fleurs du Mal è una responsabilità importante: benché anche solo in Italia la poesia di Baudelaire abbia avuto altri numerosi traduttori (Diego Valeri e Alessandro Parronchi solo per citarne un paio), restituire ad un pubblico italiano “l’ultimo dei romantici, il primo dei moderni” è un’impresa titanica. La traduzione, specie quella dei poeti entrati nel canone, è la sfida più complessa sia per i critici che per i poeti, a mio avviso anche per i linguisti tout court. La traduzione si configura come un corpo a corpo con la lingua di partenza che vuole giungere a quella d’arrivo senza avere, nel passaggio, ucciso l’originale e, al contempo, dare intatta la lingua in cui il testo si riscrive. Credo che uno dei primi segnali di una traduzione azzeccata, prima ancora che il rispetto dell’intonazione dell’autore, sia questo: i versi devono sembrare essere stati scritti direttamente in italiano. La lingua d’arrivo deve essere fluida nello scorrere della frase; i complementi devono essere nella sintassi ordinati e cercare di riprodurre le strutture linguistiche della lingua di partenza senza forzature, rispettando il più possibile i costrutti del testo originale. Ho sempre pensato alla poesia tradotta come ad una “coperta corta”: tra metro, rima e immagini qualcosa, ahimè, viene perso. Per quanto preparato e sensibile linguisticamente sia alla lingua di partenza che a quella di arrivo, chi traduce non arriverà mai a riscrivere il testo come se l’autore lo avesse scritto nella sua lingua. Ma a quell’idea può approssimarsi. Conoscere una persona pronunciando ad alta voce i versi che scrive è la volontà ultima e inconfessabile di ogni lettore. Il traduttore non solo riceve una lingua, ma si lascia penetrare dalle sue formule di composizione sonore e semantiche, che poi prova a rendere in un altro idioma che non è solo diverso nei termini, ma anche, più intimamente, nella forma del pensiero che produce in chi lo scrive. Io sono convinto che un poeta possa essere riconoscibile e conoscibile, come uomo o donna, dai suoi tratti stilistici.

 

Tornando a Baudelaire a alla sua à une passante, rifletto sulle traduzioni dei cinque, precedute dal testo originale: 

La rue assourdissante autour de moi hurlait. / Longue, mince, en grand deuil, douleur majestueuse, / Une femme passa, d’une main fastueuse / Soulevant, balançant le feston et l’ourlet; // Agile et noble, avec sa jambe de statue. / Moi, je buvais, crispé comme un extravagant, / Dans son oeil, ciel livide germe l’ouragan, / La douceur qui fascine et le plaisir qui tue. // Un éclair... puis la nuit! — Fugitive beauté / Dont le regard m’a fait soudainement renaître, / Ne te verrai-je plus que dans l’éternité? // Ailleurs, bien loin d’ici! trop tard! jamais peut-être! / Car j’ignore tu fuis, tu ne sais je vais, / Ô toi que j’eusse aimée, ô toi qui le savais!

 

 

Traduzione di Luigi De Nardis (1961)

 

Urlava attorno a me la via assordante.

Lunga, sottile, in lutto, maestoso

dolore, alto agitando della gonna

il pizzo e l’orlo con fastosa mano,

Una volta passò agilmente, nobile

con la sua gamba statuaria. Ed io

come un folle, bevevo nel suo occhio

– livido cielo nel cui fondo romba

l’imminente uragano – la dolcezza

affascinante e il piacere che uccide.

Un lampo…poi la notte! O fuggitiva

beltà, per il cui sguardo all’improvviso

sono rinato, non potrò vederti

che nell’eternità? In un altro luogo

ben lontano da qui, e troppo tardi,

mai, forse! Perché ignoro dove fuggi,

e tu non sai dove io vado, o te

che avrei amata, o te che lo sapevi!

 

 

Traduzione di Giovanni Raboni (1996)

 

Ero per strada, in mezzo al suo clamore.

Esile e alta, in lutto, maestà di dolore

una donna è passata. Con un gesto sovrano

l’orlo della sua veste sollevò con la mano.

 

Era agile e fiera, le sue gambe eran quelle

d’una scultura antica. Ossesso, instupidito,

bevevo nei suoi occhi vividi di tempesta

la dolcezza che incanta e il piacere che uccide.

 

Un lampo…e poi il buio! . Bellezza fuggitiva

che con un solo sguardo m’hai chiamato da morte,

non ti rivedrò più dunque che al di là della vita,

 

che altrove, là, lontano – e tardi, forse mai?

Tu ignori dove vado, io dove sei sparita;

so che t’avrei amata, e so che tu lo sai!

 

 

Traduzione di Romano Palatroni (2015)

 

Dintorno a me la strada strepitava. Una donna

alta, sottile, in lutto, nel dolore imponente

passo; e con una mano sorreggendo, e con lente

movenze dondolando, l’orlo dell’ampia gonna.

 

Flessuosa, le gambe d’una statua; ed infide

l’iridi: foschi cieli covanti l’uragano:

dov’io bevvi, proteso tutto come una un insano

la dolcezza che fascina, il piacere che uccide.

 

Un lampo: e poi, la notte. Bellezza fuggitiva

al cui sguardo la vita subito in me risorse,

dove ci rivedremo, che non sia l’altra riva?

 

Altrove, assai lontano; troppo tardi o mai, forse,

ch’io non so dove andavi, tu non sia dov’io vada.

Ed eri tu l’amore, quel dì, sulla mia strada.

 

 

Traduzione di Michele Zaffarano (2019)

 

Attorno a me la strada strepitava assordava.

Slanciata snella in gran lutto, dolore maestoso

passa una donna, sollevando dondolando

con mano solenne il punto di smerlo l’orletto:

 

agile nobile, con la gamba degna di una statua.

Io, preso da strampalata contrazione, dal suo occhio

che è un livido cielo in cui germina l’uragano mi bevo

la dolcezza che incanta nonché il piacere che uccide.

 

Un lampo…poi la notte! – Bellezza sfuggente,

il tuo sguardo mi ha fatto improvvisamente rinascere:

ti rivedrò davvero soltanto nel corso della vita eterna?

 

Ma è altrove, è lontanissimo, è troppo tardi, è forse mai!

Ché io non so dove tu fugga e tu non sai dove io stia

andando: però so che ti avrei amata, e so che tu lo sapevi!

 

 

Traduzione di Milo De Angelis (2024)

 

La strada assordante urlava intorno a me.

Alta, sottile, in lutto stretto, dolore maestoso,

passò una donna, sollevando con un gesto sovrano

la balza e l’orlo della sua gonna, facendola ondeggiare;

 

agile e nobile, con le sue gambe di statua.

E io, contratto, fuori di me, bevevo

nei suoi occhi, livido cielo in cui cova l’uragano,

la dolcezza che incanta e il piacere che uccide.

 

Un lampo… poi la notte! Fuggitiva bellezza,

che con il tuo sguardo all’improvviso mi hai fatto rinascere,

potrò rivederti solo nell’eternitá?

 

Altrove, ben lontano da qui! Troppo tardi, forse mai!

Perché ignoro dove fuggi e tu non sai dove vado,

tu che avrei amato, tu che lo sapevi!

 

 

Un critico rigoroso discuterebbe verso per verso le scelte di resa del testo francese. Io mi limito ad abbozzare le mie impressioni, le questioni che mi saltano all’occhio, le analogie e le differenze sia nell’impostazione della riscrittura sia nell’articolazione della frase, ma anche nel rapporto tra verso e unità (o disunità) sintattica del periodo. Una necessaria considerazione preliminare: la lingua invecchia. Non possiamo assolutamente pensare che una traduzione dei primi anni ‘60 del novecento possa essere “fresca” quanto una versione recente. La cosa – entrando nel merito della questione – che apprezzo della versione di De Nardis è che compie una scelta coraggiosa: traduce in endecasillabi. Non è fedele alla forma del sonetto per l’impianto delle strofe, due quartine e due terzine, fronte e sirma. La tradisce, ma tra quelle qui proposte mi sembra degna di nota per la resa dei versi alessandrini di Baudelaire con una forma, quella del verso da undici sillabe, chiara e pienamente aderente all’apparato metrico, strutturale e prosodico del nostro italiano nella versione di una poesia rigorosamente in metrica e rimata (in proposito ricordo di aver letto un altro francese, Francois Villon, tradotto interamente e meravigliosamente in endecasillabi da Antonio Garibaldi). La cosa che mi incuriosisce del primo verso è che solamente Raboni sposta il soggetto, dalla “rue”all’Io: “Ero per strada, in mezzo al suo clamore”, traduce Raboni mentre gli altri mantengono la strada come soggetto. De Nardis si svincola dalla gabbia della metrica, da cui però non fugge: la scelta di prendere la poesia come una sola strofa da 18 versi, anziché i 14 del sonetto, mi sembra abbia il suo perché. La traduzione conserva notevolmente l’aspetto semantico e il ritmo, con l’adozione della formula endecasillabica che garantisce uno schema; ad ogni modo, nell’Introduzione l’autore descrive a chiare lettere “[…] l’illusione del lettore di trovare in questa traduzione una soluzione metrica di carattere classicistico e un impasto linguistico di stampo carducciano”. Un denominatore comune a tutti i nostri cinque traduttori è il termine “lutto”, che in effetti è centrale e invariabile nella poesia di Baudelaire. In proposito mi piace ricordare una meravigliosa lettura di questo testo di Umberto Fiori, apparsa su “Le parole le cose”. È da quella solenne aria di “dolore” che prende origine il componimento: “Il v. 2 mima perfettamente i movimenti dell’attenzione: Baudelaire è colpito dal nero di un abito a lutto, da una statura, da un portamento solenne, e solo un attimo dopo riconduce le diverse impressioni a un’unica persona”. Il “gesto sovrano”, come lo scrive Giovanni Raboni, di sollevare con la mano l’orlo della veste è limpidamente formulato da tutti i cinque traduttori: la passante è per Raboni una figura “agile e fiera”; “agilmente, nobile”, riscrive invece De Nardis, con l’avverbio che, nella rielaborazione, prende il posto dell’aggettivo francese “abile”. Palatroni sintetizza in “flessuosa” le caratteristiche della passante mentre De Angelis dice “agile e nobile”, rispettando il francese senza modificare la parte del discorso aggettivale, come pure fa Zaffarano; la sua versione, davvero ragguardevole per come riesce a rendere con un linguaggio vivo del nostro italiano un versificare francese ottocentesco, ha continuità nel giro di frase, favorito anche da un parco uso della punteggiatura, senza enjambement e con una resa metrica che a mio modestissimo avviso è quella che maggiormente si avvicina all’originale. I versi che ho sempre preferito di questo testo sono: “Moi, je buvais, crispé comme un extravagant, / Dans son oeil, ciel livide où germe l’ouragan, / La douceur qui fascine et le plaisir qui tue”. Queste immaginifiche parole vanno rese con cura, contenendo già di per sé tutta la poetica dello Spleen, la cifra, semmai ce ne fosse una, di Baudelaire. E in questo caso la versione di Raboni e De Angelis è identica per il terzo verso, quello che chiude la fronte e stacca con un punto fermo il discorso dalla prima terzina. I due poeti traduttori dicono: “La dolcezza che incanta e il piacere che uccide”. De Nardis parla di una “dolcezza affascinante”, e poi, anche lui, di “piacere che uccide”. In effetti “le plasir qui tue”, nel suo essere un sintagma minimale, va reso letteralmente; rima nel sonetto di Baudelaire con la “statua” due versi sopra. L’inizio della sirma è il punto di svolta del testo, quello tramite la quale si compie il passaggio dal descrivere al sentire: “Un lampo…poi il buio – Bellezza fuggitiva / che con un solo sguardo m’hai chiamato da morte / non ti rivedrò più dunque che al di là della vita”, traduce Raboni, e io credo che lo sguardo della donna, reso fedelmente a livello lessicale nel “chiamato da morte”, che altrimenti detto sarebbe “mi hai fatto all’improvviso rinascere” (Zaffarano), sia una soluzione che ha il suo punto d’appoggio nella centralità dello sguardo della passante. Quello dello sguardo è un tema antichissimo nella poesia, che qui non è il caso di affrontare se non per come viene coniugato dallo stesso Baudelaire. “Per il cui sguardo all’improvviso sono rinato”, dice De Nardis, “mi hai fatto improvvisamente rinascere”, fa Zaffarano, “la vita subito in me risorse”, traduce Palatroni mentre, nell’edizione più recente di De Angelis, si parla così: “all’improvviso mi hai fatto rinascere”. Gli ultimi tre versi del testo sono cruciali perché entra in gioco la (non) prospettiva del futuro. Non rivedere mai più la passante è il senso forse primario di questa poesia leggendaria, quella venatura di profondissima – passatemi il termine, forse improprio – malinconia dell’autore che ne ha determinato la poetica. “Tu ignori dove vado, io dove sei sparita; so che t’avrei amata, e so che tu lo sai!”, fa Raboni. “Perché ignoro dove fuggi e tu non sai dove vado, / tu che avrei amato, tu che lo sapevi!”, dice De Angelis. Queste due versioni mi sembrano le più coerenti e aderenti all’intenzione dell’autore. La versione di Raboni fu la prima che lessi e, benché letteralmente “savais” sia un’imperfetto, collocato quindi nel passato (come ormai passato è lo sguardo della donna, la sua apparizione), adoro la resa di Raboni, pensando io il presente indicativo, in questo frangente, come immanente, in un certo senso – passatemi anche questa parola – più “vero”, anche se letteralmente meno indicato. D’altronde, si sa: l’arte della traduzione è fatta di scienza e fantasia, e soprattutto quando sono poeti a tradurre altri poeti, vincoli troppo stretti non se ne vedono. Vorrei entrare molto più a fondo nei dettagli delle letture italiane di à une passante, confrontarmi con gli altri numerosi traduttori, con le loro formazioni e le loro storie, per capire sempre meglio cosa li spinge a prendere una scelta, ad optare per un vocabolo anziché un altro. Zaffarano, nella sua versione di poesie scelte da I fiori del male uscita per Ponte alle grazie, conclude con l’imperfetto italiano, “lo sapevi”. Una mossa singolare della sua traduzione, mi sembra di vedere, è che manda a capo, in chiusura, “io dove stia / andando”. L’andare a capo in modo diverso dal testo è sempre rischioso, ma Zaffarano, che è poeta, sa come giostrare la metrica, e come certi aspetti vadano gestiti senza la paura di “tradire” il testo. Non ho una versione favorita, tra queste nominate di De Angelis, Zaffarano, Palatroni, Raboni e De Nardis. Ne intuisco lontanamente il loro modo di operare, il sistema che li porta a rendere Baudelaire, dal suo francese cadenzato e cristallino, in una lingua, l’italiano, che ha poche parole tronche, al contrario di quella che si parla oltre le Alpi dove invece, per questioni di storia della lingua, abbondano. Le traduzioni dove più attenzione viene data ai lemmi, cercando di rispettare “l’immagine”, il campo semantico o comunque gli aspetti afferenti al significato del testo originale, sono quelle generalmente più utili alle quali approcciarsi per poi esplorare le traduzioni più libere, che davvero riscrivono il sonetto di cui parliamo. Sono molto legato alla versione di Giovanni Raboni per un motivo strettamente personale: l’edizione Mondadori da cui lo leggo è stato il primo libro di poesia che ho acquistato nella mia vita. Ero in centro ad Ancona, e la poesia stava prendendo possesso dei miei pensieri. Non scorderò mai il momento in cui scelsi Baudelaire, la cui poetica, a più di centocinquanta anni dalla morte, non smette di affascinare generazioni di giovani lettori. Io sono tra loro pur non sapendo il francese. A una passante raccoglie tutto il senso della lirica. Quanto è evidente questa malinconia che da secoli, con forme sempre nuove, investe i poeti veri e non smette di interrogarci sulle radicali mutazioni della società e del tempo attraverso il linguaggio.

 

 

 

 

 

Biografia essenziale

 

Per una biografia essenziale che colga i tratti salienti della vita di Baudelaire, riandando qui all’aletta di copertina dell’edizione Marsilio de Il pittore della vita moderna, raccolta di scritti, tradotti in Italia nel 1994 da Marsilio, da Elisabetta Sibilio e Gabriella Violato. Spunti biografici di Baudelaire sono comunque presenti in tutti i volumi a lui in Italia dedicati.

Charles Baudelaire nasce a Parigi nel 1821. L’infanzia è segnata dalla perdita del padre e dal secondo matrimonio dell’amatissima madre che nel 1828, dopo appena diciotto mesi di vedovanza, sposa l’allora tenente colonnello Aupick, al quale il futuro poeta vota un’avversione profonda. Nel 1844, dopo aver sperperato buon parte del patrimonio avuto in eredità dal padre, viene interdetto, e i suoi soldi affidati ad un notaio. Baudelaire frequentava infatti, oltre ai migliori salotti letterari dell’epoca, anche il mondo della droga e della prostituzione. E proprio per la sua essenza incline al vizio è stato, per quanto in vita distruttivo, ciò che più lo ha consegnato, assieme alla poesia, alla memoria dei posteri, finendo per essere considerato un precursore dei “poeti maledetti”, generazione di sei o sette poeti più giovani di Baudelaire che entrano nella celebre antologia di Verlaine del 1884, I poeti maledetti. Questi erano Arthur Rimbaud, Auguste Villiers de L’Isle Adam, Stephane Mallarmè, Tristane Corbiere e Marceline Desbordes-Valmore e lo stesso Verlaine, sotto lo pseudonimo di Pauvre Lelian.

Nel 1857 escono I fiori del male, che però suscitano scandalo e vengono sequestrati. Sottoposto a processo, Baudelaire è condannato ad una pena pecuniaria e alla soppressione di sei liriche, giudicate oscene. Nel 1861 la seconda edizione non riporta le poesie incriminate. È tuttavia rivista l’architettura e l’edizione presenta nuovi mirabili componimenti.

Nello stesso periodo vedono la luce I paradisi artificiali (1860) e gran parte dei poemi in prosa di cui dicevamo, lo Spleen di Parigi (1869), nonché alcuni dei saggi critici più rilevanti, tra cui Il pittore della vita moderna (1863). Nel 1866, in Belgio, il poeta è colpito da un ictus cerebrale e perde la parola. Muore a Parigi, dopo una lunghissima agonia, nel 1867.