Su e da "ANNI VENTI" di Antonio Tricomi. Con una nota critica di Lorenzo Fava


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Antonio Tricomi è nato a Catania nel 1975. Ha vissuto e studiato a Pisa; risiede da tempo nelle Marche, a Grottammare, dove insegna Discipline letterarie in un Istituto tecnico. Per circa quindici anni è stato docente a contratto nelle Università di Macerata e di Urbino. Ha pubblicato due raccolte di versi: la polvere (Stamperia dell’Arancio 2006) e Non già ieri, non ancora domani (Marcos y Marcos 2024). È autore di numerosi volumi di saggistica, tra i quali: La Repubblica delle Lettere. Generazioni, scrittori, società nell’Italia contemporanea (Quodlibet 2010); Fotogrammi dal moderno. Glosse sul cinema e la letteratura (Rosenberg & Sellier 2015); Pasolini (Salerno Editrice 2020); Epidemic. Retroversioni dal nostro medioevo (Jaca Book 2021); Macerie borghesi. Genealogie letterarie del presente (Rogas 2023).





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“Non è più mia la casa della polvere […] l’ho venduta perché nasce mia figlia”. È un libro formalmente commovente questo di Antonio Tricomi, Anni venti, di cui non riuscirò qui a dare conto per intero. Descrivere questo libro è per me in primis una prova. Vorrei dire quelle che sono le caratteristiche fondamentali da cui questo stile — che recupera la lezione della grande letteratura in versi, solo in apparenza puramente novecentesca — trae i propri temi, che sono sostanzialmente quelli della lirica e, in una sezione, della satira. “Che ciascuno la sua vera famiglia / ce l’ha coi barlumi di irata coscienza”, nel primo testo, Per non mia ostensione, può essere letto, come un’enorme quantità di versi del volume, a più livelli. Uno, che è l’unico di cui qui mi sento di parlare, è quello che dice il rapporto dell’autore, appunto, con la letteratura. E se lungo le strofe si leggono versi che con la sintassi procedono in parallelo (questo fa sì che le poesie entrino in memoria nella loro regolarità, spesso endecasillabica, soprattutto nelle sezioni che trattano di sentimenti), le pagine hanno più volte, all’interno dello stesso testo, peso incipitario: “[…] Son qui. Mi sporgo sul dischiudere carne / come un tempo che finalmente m’accade / per accettare la mia espropriazione / da me un altro per non mia ostensione”; l’asserzione iniziale dice già molto di quello che più avanti nel libro sarà l’argomento dell’Io. E qui il primo nesso che mi pare di vedere. Tricomi abita una tradizione che ha sulle spalle il peso della Storia, intima e sociale. Non si tira indietro, porta avanti la sua espressione. I vent’anni sono evocati come la Pisa vissuta da giovane, anche nel testo, il primo, che racconta la vendita dell’appartamento, come altri lungo il libro. Gli anni venti del nostro secolo, come scritto nella nota dell’autore, si vivono anche, in una metafisica sincronia, come quelli del secolo scorso. Mi impongo, scrivendo un appunto su un testo, o meglio una descrizione di ciò che leggo con enorme stima dell’autore, di non fare riferimenti ad altra letteratura se non quella scritta in queste pagine. Non è facile. Le ragioni sono due: innanzitutto l’impossibilità, mea culpa, di poterla individuare con esaustività e precisione. Il secondo motivo, più intimamente mio, è la prova che affronto con la pagina quando scrivo di una mia lettura. Lo stile dei maestri qui è tanto assimilato ed elaborato da nasconderlo, l’incedere dei testi è quadrato, a tratti pentagonale, ricco di rimandi e rime interne, come se il gesto della scrittura, da parte dell’autore, fosse un attraversamento leggero e melanconico di un ritmo che sa dove e come battere, non in quanto figlio di una o l’altra generazione di autori ma in quanto chi scrive è poeta. Il pensiero che c’è nel primo testo è il vero protagonista: con “l’assegno” la divagazione si stacca, e dalla contingenza del viaggio in macchina si parla d’altro: “Trova presto, per queste strade in rovina / qualcosa di tuo da cullare, bambina”. È l’augurio di un padre. E se questo argomento è toccante, i punti più alti, le strofe più essenziali sono quelle dove il passaggio del pensiero è sapienziale, conosce se stesso, intende tutto, come nel finale del testo: “nutrendo il dovere / della speranza ma senza illusione”. È la collocazione del tempo del percorso in macchina verso Grottammare, sulla costa adriatica, una geografia che torna, così come in altri autori che di Tricomi sono pressoché coetanei, Massimo Gezzi in primis. D’altronde l’autore, in una strofa precedente, indicava chiaramente il senso dell’arte: “che non sia, la costruzione dell’umano, / deviante dalla lettura di un testo”. Il concetto di queste pagine è di importanza vitale. L’atto della scrittura fa convergere il pensiero verso i suoi punti luce e le sue zone d’ombra, l’autore scrive poesia pensando alla vita; non è una poesia, questa, che nasce dalla letteratura, è invece l’istinto a svilupparla. Scrivere è una tecnica su larga scala, e quanto più si conosce (più che sapere), tanto più maturo sarà il dire. Le variazioni degli schemi di rime si alternano e i riferimenti si moltiplicano. C’è il Montale di Dora Markus, il Sereni di Autostrada della Cisa, c’è Zanzotto quando l’asserzione è perentoria, c’è Pasolini, a cui Tricomi ha dedicato ampi e acuti scritti saggistici. E c’è Sandro Penna, non tanto nel metro, che pure ha andature a tratti simili; il respiro di Tricomi è più lungo ma l’inclinazione ritmica talvolta è la stessa, e come non dire penniano questo passaggio: “non l’ha, l’educazione parentale / alla morte, però avuta vinta / su me. Se così a te mi descrivo / ma posso comunque vederlo: vivo!”. Un altro passaggio illuminante è quello di qualche strofa che segue il frammento appena riportato. “A cui ci si piega contro nevrosi / che diciamo natura, e invece / sono la storia da cui si proviene”. Lo stesso autore riporta, nella nota al testo in fondo al libro, quelle che sono le influenze letterarie di cui le poesie portano i segni. Io credo vero che i maestri del ’900 citati in chiusura dopo la messa in chiaro delle occasioni del libro (il che fa il paio con le date della composizione in calce ai testi di quasi tutto il volume) siano i riferimenti primari. Penso però anche che la tecnica di scrittura di Tricomi abbia radici, nel tempo della letteratura, molto più lontane. Non è solo una questione di metri e schemi, formule di coordinazione tra verso e sintassi, o di temi: l’endecasillabo non compare solo nelle forme archetipiche della poesia italiana (vedi il sonetto a pagina 18, rimato — o comunque fortemente assonato — con uno schema ibrido tra fronte e sirma), ma attraversa tutto il libro e lo fa in maniera direttamente proporzionale alla quantità di lirismo espresso. Forse l’analisi metrica e strutturale è quella che per Anni venti sarebbe più interessante fare. Mi colpisce come non sembri di vedere zeppe in questi testi, un gran dato di merito considerando che classicamente e al contempo avanguardisticamente spesso si riempie la misura con l’aiuto di particelle superflue (penso ad un libro, che pure amo, Il discorso a meraviglia di Edoardo Cacciatore). Tricomi sembra invece sottrarre: “La giacca s’è tutta quanta sgualcita: / sudore e saliva. Lacrime, forse. / L’impronta però è ancora quella — / a destra, sul petto, il braccio, la spalla — / di un fagotto grande una risma, o quasi, di carne, pianto, tepore. / La paura, la gioia nel tenerla / non cessano di stirarmi la faccia”. E io credo l’autore trovi l’apice proprio parlando della figlia. L’autenticità, parola oggi usatissima e ampiamente problematizzata, è spesso divincolata dalla sua prima caratteristica, quella che la vuole percepita come si percepisce una persona, la persona, l’autore in quanto uomo. Non è necessario citare il montaliano “Ognuno riconosce i suoi”, o le maschere di sale evocate da Caproni, a cui pure musicalmente questo libro deve molto. Tricomi interpreta in modo magistrale le modalità con cui la lingua tratta lo sfondo del testo (parlo di sfondo perché in poesia il primato è sempre e solo del sentimento della forma, forse a maggior ragione quando chi scrive è un letterato), e sa essere ironico come estremamente intimo e lirico. La sezione Scherzi di cultura, aperta in epigrafe da un Cattafi satirico, dopo la quartina che con una massima trova il suo centro nelle due pesantissime parole tra parentesi, “contesto, famiglia”, coniuga il non cedere al disinganno con una norma precisa: non considerare male il destino dell’impronta; la riduzione a bestie o morti sarebbe il prezzo da pagare. I distici dell’indovinello e di Marcondirondero evidenziano chiaramente queste impronte metriche e satiriche, dove è ancora più evidente l’argomento detti lo stile. È l’escamotage per usare un tono più basso, con la lingua che prende l’unica strada per fare poesia civile senza cadere nella retorica: parlare del governo con ironia e sagacia. È il linguaggio basso dell’inferno dantesco, ricavato da una forma strofica che alterna distici e quartine. La versatilità della parola nelle varie sezioni dimostra non solo la plasticità della scrittura ma anche l’educazione del fraseggio che, pur nel leit motiv della raccolta intera che vuole pochi enjambement con la sintassi a seguire gli a capo, resta riconoscibile, quasi mai franto. Ogni sezione del libro meriterebbe un pezzo descrittivo diverso, ma credo che per Scherzi di cultura il senso e il motivo siano enucleati nelle ultime due strofe della sezione: “Almeno nel mio senso / è, la satira, questo: / voglia di utopia / torta in ironia, // speranza di bellezza / volta in amarezza, / civile letargia / contro fosca malìa”. Segue la sezione eponima: Anni venti, attraversata da echi del Montale degli Ossi di seppia (uscito nel 1925) e da rifrazioni del Pascoli dei Canti di Castelvecchio racconta ancora dell’appartamento ristrutturato; ancora in quartine dà conto della vita presente. L’autore ragiona sulla figlia e le quattro poesie sono percorse da un brivido di sogno, di offese occultate, ma anche da un’inequivocabile tensione storica: “È la divisa del terzo millennio / che un bonaparte si aggiusta allo specchio”. Nella sezione In un viluppo trova spazio la verità: se nelle sezioni precedenti il soggetto era preminente, la visione, malinconica e al contempo felice soprattutto nel pensiero della “tardiva paternità”, qui si fa spazio, così come il Viluppo indica, il ricordo del padre, il rapporto stretto e doloroso tra morte e soldi (le spese dei funerali e della cura della tomba, “pure da morto, pagarlo, il morire”), ma in uguale misura, così come l’epigrafe da Targhetta indica, il rapporto con il capitale. Vissuto non con odio né arrendevolezza ma con disillusione che — come nel libro più volte è leggibile — “non cede alla rassegnazione”, l’uomo Tricomi, che coincide in maniera perfetta con il poeta (altro grande dato meritorio), dà, rivolgendosi alla figlia sul passeggino, “quintessenze di miraggi in un deserto del niente”. Ed è proprio la figlia a dare un orizzonte, senza parole, ma con una presenza che costituisce quello che della vita di un uomo resta, “a quanto di me ancora vacilla / mentre accoglie, malferma, la vita”. Così la speranza diventa un’invenzione nell’ultima sezione aperta dallo Zibaldone: le epigrafi, peraltro, a mio non dotto parere scelte benissimo in quanto lenti che leggono e avvicinano le poesie che seguono, fungono da chiavi per entrare nel testo ad un grado di consapevolezza ulteriore. Lo stesso discorso vale per la nota dell’autore che chiude il libro. La speranza è correlata alla “luce” del testo II: “Poi cosa accade? D’un tratto la luce / sulle palpebre torna a picchiare; / lenti gli occhi, tremanti, mi induce / ad aprire […]”. La sezione, composta di quattro testi, si configura come una meditazione in versi sulla natura dell’educazione, sul ruolo del professore non tanto come insegnante o mentore ma come cronista dell’evoluzione delle storie degli alunni. Il coagulo del pensiero, quasi maieutico, che scorre nelle quartine è nel testo III esplicito: “Come tutto, anche voi finirete. / Se realmente volete salvarlo, / pur sconce ma con le vostre maniere, / il mondo vi tocca, afflitti, pensarlo”. È la sintesi di quello che l’istruzione è chiamata a fare. Se la chiusura dell’ultimo, sapienziale testo rimarca l’invenzione come conditio sine qua non della speranza, (“siamo ciò che non siamo, l’inventiamo”, è scritto poco sopra), “incosciente cresce il disagio. / La teoria verrà dopo. Adagio / è la condivisione del dolore / l’antefatto della liberazione”. Viene detto a chiare lettere quello che credo in fondo ogni poeta scommetta vero: il dolore è antefatto della liberazione, la ferita sorgente innominabile e ancestrale dell’arte, la sola motivazione a dare un senso al dolore. Nella natura di questo libro c’è un rapporto osmotico con la tradizione, che viene scandito da una forma metrica attrezzatissima, mai ripetitiva nella formula accentuativa: il metro classico e l’imprinting pasoliniano si mescolano ad un sentire poeticamente consapevole e cosciente nella formulazione che include oggetti e aspetti quotidiani della vita di padre. Giudici ha questi elementi, o almeno chi scrive queste righe collega quel tipo di poetica a quella di Tricomi, che ha evidentemente, come solo i poeti, volenti o nolenti, fanno, assimilato ed elaborato la lezione del ’900 e degli anni venti, di questo e quel secolo.


Lorenzo Fava



 

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Da ANNI VENTI (Arcipelago itaca Edizioni 2026)


 

 

 


Sedici maggio

 

Non sono ancora le due. Il sole,

rendendoli opachi, ha picchiato

per l’intera mattinata sui vetri.

O è che fumo, è il mio sudore,

a mordermi il fiato in un ristagno

dell’aria, calda, sopra gli arredi.

 

Per la cucina, arresa alla luce

che traspira dalle tende tirate

e di affanni tutto sgrana alla vista,

sembra d’un tratto rimbalzi la voce

che dalle pareti, dal cellulare

m’esorta: «Sala travaglio. Arriva».

 

La stanza prova come un sussulto:

il pavimento inghiotte il soffitto,

si accartocciano quadri e finestre.

Mi siedo, mi alzo, resto in indugio.

Quand’ho mai tremato così? M’affretto.

Verso una vita di cui non so niente.

 

(16-21 aprile 2023)



Cultura di governo

 

Oh! Me so’ spiegata?

Nun famo un cazzo

rispetto all’andazzo:

’na bella copiata

da quello de prima

ch’er monno lo stima,

e noi nun capiamo

’na cippa de leggi.

Ma famo scorreggi

appena parliamo:

Dante sta a destra;

fu, la Resistenza,

massacri, banditi;

amor di radici;

confini blindati;

anglismi vietati.

Poi damo du’ spicci

a quelli poracci,

’n po’ di evasione

a quelli ben messi,

ché senza ’sti fessi

noi, all’elezione…

Però niente più.

C’avemo soltanto

da fare pupù

con parole, tanfo:

dovemo soffiare

la involuzione

pre post culturale.

Se noi semo bravi

a fare ’sta merda

con gli sdoganati

rancori de destra,

poi sì che l’acclama,

’sta folla de corte,

mo’ come se chiama…

ah, già: l’omo forte.

Ché non se pò dì

er duce. No no.

I rossi non vò.

Li famo sparì,

s’ancora ce n’è.

Capito com’è?

La nostra missione:

aprire la via

a un periodone

che democrazia

neppure formale.

Er monno se ‘ncendia,

arriva tregenda.

Dovemo allestì

furenti plotoni

de tanti cojoni

pronti a morì.

 

(1° aprile 2023)

 

 

Marcondirondero

 

Sì, non è nostra arte

che si faccia da parte.

 

Però io mi chiedo:

ma Dio, poverello,

 

se ha questi compari,

è certo osi campare?

 

O non è già defunto?

Nella bocca, lo sputo

 

di quelli e di questi

neonazionalisti,

 

di quelli e di questi

pseudoprogressisti,

 

a cui il capitale

«Terza guerra mondiale!»

 

insegna a gridare

dal mesto arsenale

 

di un marcio Occidente

che teme valer niente.

 

E allora s’affretta

dove sangue si versa

 

a soffiare sul fuoco,

sperando che un poco

 

di scampo gli arrivi

da spoglie di civili

 

se, per buona creanza,

sarà una mattanza

 

di schiavi già inermi.

Di infedeli, quei vermi.

 

(18-21 ottobre 2023)

 

 

II

  

Tarli nel legno? Viti allentate

nei pensili? Mattonelle scollate?

Crepe ai muri che si fanno più larghe?

Il solaio che si assesta, tremante?

 

Eppure no, non può essere questo.

S’è tutto rifatto, anche l’arredo –

credo – a regola d’arte; vagliato,

dell’architettura, il buono stato.

 

Dev’essere allora che non cede,

il passato, le sue proprie offese

l’intero diritto di cancellarle

ad alcuno. Lascia solo occultarle.

 

Piovute per mille buchi del tempo,

congiunte da mille sbuffi di vento,

divengono tanti rivoli sparsi

di infiltrazioni lungo le travi,

 

il massetto di quei repertori

di vita, di morte creduti nuovi.

Perché la storia è l’emorragia

di qualsivoglia genealogia.

 

È salti, vuoti, riprese, fratture

in ciò che afferma suo progredire.

È la divisa del terzo millennio

che un bonaparte si aggiusta allo specchio.


Malferma, la vita

 

Mi godo questi sabati mattina

di giri in tondo con la bambina:

per vie mal tenute, tutto nostro

il tempo, se non può esserlo il mondo.

 

Dal suo passeggino, prima che dorma,

mi chiede cos’è questa, quella forma

di umani, fabbricati, animali

che addita agitando le mani.

 

Sicché do i nomi a quintessenze

di miraggi in un deserto del niente

che per il nostro andar senza meta,

solo desiderandoci, arretra.

 

E quel tanto di me morto da anni

si accompagna, ma non dà grattacapi,

a quanto di me ancora vacilla 

mentre accoglie, malferma, la vita.

 

(2 giugno - 1° agosto 2024)