Su e da "CENTO POESIE D'AMORE A LADYHAWKE" di Michele Mari. Nota critica di Lorenzo Fava

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Michele Mari (Milano, 1955) è uno degli autori italiani più originali e colti della narrativa contemporanea. Figlio dell’artista Enzo Mari, è cresciuto in un ambiente ricco di stimoli creativi che hanno influenzato profondamente la sua immaginazione letteraria. Professore di Letteratura italiana all’Università Statale di Milano, Mari ha sviluppato una scrittura raffinata e visionaria, nutrita di memoria, mitologia personale, ossessioni infantili e cultura pop. Tra le sue opere più note figurano Verderame, Euridice aveva un cane, Leggenda privata e Rosso Floyd, romanzo dedicato al mito dei Pink Floyd. La sua produzione, che spazia dal romanzo al racconto fino alla narrativa autobiografica, è caratterizzata da un linguaggio ricco, ironico e densissimo, che lo ha reso una figura di culto per molti lettori. Il suo ultimo romanzo è I convitati di pietra (Einaudi 2025).
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Trovo il coraggio di scrivere ora, passati i trent’anni, qualche riflessione su uno dei libri della mia vita, Cento poesie d’amore a Ladyhawke di Michele Mari. Lessi queste poesie per la prima volta più di dieci anni fa, quando ancora non avevo coscienza della “lingua della poesia”, quel codice che sta sotto l’italiano, lo innerva e, in un certo senso, lo produce; a maggior ragione non avevo allora capito – la intuivo appena – la differenza del codice linguistico di un poeta-poeta da quello di un narratore-poeta. Da ciò che mi risulta, Mari è un grande italianista, un traduttore dall’inglese, un saggista poderoso ma, prima ancora, un creativo. La sua prosa che ho letto continua ad essere il fondamento di tutta la mia (poca) coscienza letteraria. Tu, sanguinosa infanzia è un libro di racconti meraviglioso, Leggenda privata un romanzo intimo, epico e lirico. Michele Mari è per eccellenza lo scrittore italiano dei “demoni”, delle ossessioni, della perfezione formale; dotato, da artista, di un apparato filologico che eleva a potenza la sua inventiva, la sua formula narrativa e poetica, la sua lingua che mischia la sua storia (bellissimi saggi sono stati scritti su di lui e sul suo rapporto tra autobiografia e invenzione) alle vicende storico-letterarie, Mari è forse uno dei pochi veri geni della nostra letteratura, al pari – leggevo una volta, e sono concorde – di Siti, Celati e De Angelis. La questione che voglio affrontare in questi paragrafi si centra certamente sulle iconiche cento poesie, ma non può prescindere da un inquadramento generale della lingua di uno scrittore che non è una narratore prestato alla poesia, ma un letterato a tutto tondo, lo scrittore che forse per primo ha rappresentato per me qualcosa di più che una passione. Una necessaria, doverosissima premessa: non ho mai incontrato Michele Mari, seppur molte volte ho pensato di fare una trasferta a Milano per seguire le sue lezioni universitarie. Quando lessi le cento poesie mi rispecchiai nei testi, e non tanto perché ero appena uscito dal liceo, quanto perché ero già allora convinto che scrittura e destino fossero faccende legate, attorcigliate alla vita e alla sua carne; dolorosamente irrinunciabile, questo brevissimo tentativo di lettura, da parte mia, vorrebbe portare alla luce alcune sfaccettature dell’autore che – premetto – potrebbero essere reali soltanto per me. Provo ad articolare le mie sensazioni (più che le interpretazioni) che i versi offrono; su queste ultime ragiono da oltre dieci anni ma, non avendo mai ascoltato Mari se non in qualche video Youtube, non posso certo esprimermi con esattezza. L’esegesi dell’opera di Mari, d’altra parte, sono sicuro non mi competa, non avendo io le credenziali per svolgerla. In fondo è forse meglio così: lascio ai filologi o comunque a chi ne abbia le giuste competenze questo compito. Io mi limiterò ad annotare gli effetti che questo libro, «colto e citazionistico, ma immediato alla lettura, autobiografico e ‘vero’ nei contenuti», come scritto in quarta di copertina, ha avuto nella mia percezione della scrittura e soprattutto del rapporto tra letteratura e vita. «Chi eri nel mondo dei vivi / chiese il passero allo spaventapasseri // un uomo / che non suscitò in chi amava l’amore / per questo ti posi impunemente / sulla mia manica vuota»: il primo testo del libro già rende chiaro l’amore reale e impossibile che la storia racconta. E, confermandosi nello scorrere delle pagine, il tono appare leggendario. Il libro ha molte venature ironiche, come proprio dello stile dell’autore, ma credo il fondo della scrittura sia sempre tinto di drammatico: una delle “contraddizioni” che rendono viva questa voce. Le innumerevoli citazioni, nel corso del volume, non pesano alla lettura. Io ne colgo diverse, ma non certo tutte: da ambiti letterari, teatrali, fumettistici e cinematografici, rafforzano il legame tra vicenda privata e dimensione pubblica dello scrittore, ma sono incastonate talmente bene nei testi che anche ad un lettore poco colto – come me – risultano gradevolissime. Le indicazioni spaziali, nella città di Milano, sono diverse: «È dalla fine del liceo / che come un fantoccio / della classe morta di Kantor / siedo al mio banco nella III A / e chi mi ci ha inchiodato / sei stata tu / un attimo prima che l’ultima campanella / ci mandasse nel mondo». La vertigine aumenta ad ogni pagina, i movimenti strutturali disegnano una storia che parte dalla scuola e arriva a decenni e decenni dopo: tante volte mi sono interrogato su questo amore così forte – il motivo più profondo che mi ha fatto interessare a questo libro – che ora, scrivendone, mi sembra di rivedere i miei ragionamenti, le mie speculazioni, le idee d’amore che queste cento poesie raccontano e tramandano. È una poesia, quella di Mari, che ha nello “scarto” del significato il suo valore supremo: «Come una vestale / per anni e anni / solo / ho tenuta accesa la fiammella // come un giapponese nell’atollo / per anni e anni / solo / non ho creduto alla fine del conflitto // come un cane / per anni e anni / solo / ho vegliato dove tu eri stata // e adesso che te ne sei accorta / io non so se la mia vita / sarà rubricata come cosa patetica / o come cosa eroica». L’amore è in questo libro un argomento totalizzante: la letteratura, uno dei grandi demoni dell’autore, funge da dispositivo per parlare del sentimento: «Trent’anni fa leggevi / Gregory Corso / e Lawrence Ferlinghetti / ed ora leggi me // sostituire i poeti è lusinghiero / ma è nulla / se non sostituisci / i fidanzati». L’aspetto che non smette di interessarmi di questa scrittura è la coniugazione del tema poetico per eccellenza con un uso della lingua freschissimo, pienamente contemporaneo, mosso sintatticamente quasi come un parlato, lineare, oserei dire dolce; il lirismo non va quindi inteso come il conglomerato di forme linguistiche che il canone ha scelto, ma unicamente come una messa a fuoco della centralità dell’Io e del Tu. Diametralmente opposta al tema, antichissimo, è la lingua usata. Questa geometria si rovescerà poi in Dalla cripta, l’altro volume di versi di Mari, uscito qualche anno fa. Lì è la forma ad essere classica, e l’argomento è certo interno, a volte umoristico, ma pienamente contemporaneo. Cento poesie d’amore a Ladyhawke, al di là del citazionismo che non complica la storia ma la arricchisce, è un libro altissimo per come riesce a mettere la persona Michele Mari nel fatto letterario. L’autore ci si immerge senza remore o freni, racconta la potenza – e l’irrevocabilità – di un amore che attraversa i decenni e, come proprio anche dei suoi romanzi, si configura asciutto, senza particolari digressioni, mosso dal “mostro” che lo abita e lo vive. La citazione da Pavese in copertina calza con l’interno del libro, mostrandone la vena citazionistica e sentimentale, ma forse non rende bene la potenza creativa di quanto le cento poesie dicono. A pagina 24 si trova: «Ti ho amata sempre nel silenzio / contando sull’ingombro / di quell’amore / e di quel silenzio / ed anche quando poi ci siamo scritti / la profilassi guidava la mia mano / perché ogni senso / fosse soltanto negli spazi bianchi / e nondimeno mi sentivo osceno / come se la più ermetica allusione / grondasse la bava del questuante. // Mai in ogni caso dubitai / che tu sapessi / finché scoprimmo insieme / di esser vissuti trent’anni nell’errore / tu ignorando / io presumendo // e allora in un punto è stato chiaro / che solo al muto / il battito del cuore / è rimbombante». L’ultima poesia del volume, in una lunga enumerazione di fiori, simbolo dei sentimenti per antonomasia, si chiude così: «[…] di tutti i fiori la rosa è la regina / che è il fiore dell’amore / ma il fiore mio più bello / il fior della mia vita / il fior che non sfiorisce / è il fiore che non sfioro». Un amore impossibile e tormentato raccontato da uno dei migliori scrittori italiani, un libro che parla del più sfinito dei sentimenti ma lo accende, rendendo freschissimo il suo modo di essere declinato, non rifacendosi a forme classiche (come farà poi Dalla cripta) ma ad una lingua molto contemporanea, i cui termini vengono pescati da un ventaglio di possibilità enorme, alcune anche molto nuove, come quelle del lessico del gioco «[…] il mio contrappasso di pokerista / è stato perdere tutto / appena hai forzato la mano», oppure «[…] ancora sediamo alla scacchiera / perché a nessuno dei due / serve la patta». Michele Mari ha scritto con questo volume una pietra miliare della nostra poesia, ne sono certo. È la poesia di un narratore che ha tratti assolutamente inediti, anche rispetto ai narratori che si sono cimentati con la poesia nel passato recente. Ricordo bene, ad esempio, il meraviglioso La camera segreta di Alberto Bevilacqua, conosciuto per essere stato un narratore enorme, ma che si trovava a suo agio anche con la composizione di versi. Mari mette al servizio della vicenda amorosa tutti i suoi strumenti, tutta la sua conoscenza, ma lo fa intervenendo con una modifica strutturale importante dei costrutti linguistici, senza schemi prosodici precisi o tradizionali. La tradizione è tutta orientata ad agire sui sensi: la vertigine e lo scarto che queste poesie generano non possono che far rispecchiare gli amanti in questa lingua, nuova e magistralmente espressa: «Così la tua immagine / è l’ultima che vede di notte il guidatore / prima del frontale».
Lorenzo Fava
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Da CENTO POESIE D'AMORE A LADYHAWKE (Einaudi 2007)
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Arrivati a questo punto
dicesti
o si va oltre
o non ci si vede mai più
Non capivi che il bello era proprio quel punto
era rimanere
nel limbo delle cose sospese
nella tensione di un permanente principio
nel nascondiglio di una vita nell’altra
così il mio contrappasso di pokerista
è stato perdere tutto
appena hai forzato la mano
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Ti cercherò sempre
sperando di non trovarti mai
mi hai detto all’ultimo congedo
Non ti cercherò mai
sperando sempre di trovarti
ti ho risposto
Al momento l’arguzia speculare
fu sublime
ma ogni giorno che passa
si rinsalda in me
un unico commento
e il commento dice
due imbecilli
***
Ti ho amata sempre nel silenzio
contando sull’ingombro
di quell’amore
e di quel silenzio
ed anche quando poi ci siamo scritti
la profilassi guidava la mia mano
perché ogni senso
fosse soltanto negli spazi bianchi
e nondimeno mi sentivo osceno
come se la più ermetica allusione
grondasse la bava del questuante.
Mai in ogni caso dubitai
che tu sapessi
finché scoprimmo insieme
di esser vissuti vent’anni nell’errore
tu ignorando
io presumendo
e allora in un punto è stato chiaro
che solo al muto
il battito del cuore
è rimbombante
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Come una vestale
per anni e anni
solo
ho tenuto accesa la fiammella
Come un giapponese nell’atollo
per anni e anni
solo
non ho creduto alla fine del conflitto
Come un cane
per anni e anni
solo
ho vegliato dove tu eri stata
E adesso che te ne sei accorta
io non so se la mia vita
sarà rubricata come cosa patetica
o come cosa eroica.