Su e da "L'ESTATE DEL MONDO" di Gabriele Galloni. Con una nota critica di Lorenzo Fava
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Gabriele Galloni (Roma, 1995 - 2020) ha pubblicato le raccolte di versi Slittamenti (Augh 2017), In che luce cadranno (RP 2018), Creatura breve (Ensemble 2018), L’estate del mondo (Marco Saya, 2019) e i racconti Sonno giapponese (Italic 2019). Sono state pubblicate postume le raccolte Bestiario dei giorni di festa (Ensemble 2020) e La luna sulle case popolari (ChiPiùNeArt 2021). Gran parte delle sue poesie è stata raccolta in Sulla riva dei corpi e delle anime (Crocetti 2023). Nel 2018 ha fondato e codiretto la rivista online “Inverso - Giornale di poesia”. Ha collaborato con diverse riviste. Le sue poesie sono state tradotte e pubblicate in molte lingue.
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Qualsiasi cosa dica, spero di essere decente, senz’altro parziale e incompleto, ma onesto. Esiste una lingua che sta sotto la lingua, ed è da questa che la poesia sgorga; la parola, come la terra, serve ad assorbirla, diffonderla, innervarla. La lingua della poesia, la lingua di Gabriele Galloni, si configura come un reticolo di rimandi tra significanti e accenti. È un tutt’uno con la musicalità del dettato a cui abbina, nel viaggio del linguaggio verso l’esito sulla pagina, il racconto, ne “L’estate del mondo”, di una stagione nei luoghi vissuti, delle atmosfere che lì tirano. Credo fermamente questi versi facciano perno del loro valore l’eufonia della frase, che deriva da un uso sapiente e conscio della metrica, chiave d’accesso ad ogni forma, ogni ritmo. «Me ne vado; ma tu sei lontananza / che ritorna. L’eternità felice / del tuo viso indagato controluce / dalla Magliana vecchia alla mia stanza». Credo questo testo rappresenti uno degli apici stilistici del libro. Qui compare, nella netta cesellatura, in una quartina di endecasillabi, il gioco di movimento di significati mostrati nella scacchiera delle sillabe: dalla «lontananza che ritorna» al «viso indagato controluce». «L’eternità felice», associata al genitive «del tuo viso», testimonia come la poesia lirica della nostra tradizione, alla quale spero un giorno Gabriele venga giustamente ascritto, si ponga al centro tra ciò che è Io e ciò che è Altro. «Come si chiamano, chiedi, quegli alberi […] Pini qualcosa, dico; e il resto non so dirtelo» sono altri due versi che rendono testimonianza della questione. La poesia, per usare un termine caro a Gabriele, é una “traccia” sul mondo (pini), l’impronta di un passaggio che sempre porta con sé un segreto, qui lucidamente scritto (il resto non so dirtelo). Io trovo in questo libro l’intento principe della poesia: con un linguaggio freschissimo, Gabriele rende universale un’esperienza che, pur collocata in una geografia precisa ed individuabile, permette a chiunque si approcci alla lettura di godere di un respiro che supera l’autobiografia e approda negli immaginifici lidi dove si scorgono una «luna di polvere» e «biblioteche sotto il mare». Nella misura dell’endecasillabo, si trovano sparsi in tutto il libro versi che costituiscono sentenze di una nettezza lirica assoluta «sarà il tempo per noi sempre più stretto / rifugio». Ma come già detto, credo che il valore adamantino della poesia di Gabriele sia quello dell’estrema musicalità del suo scorrere, il suo sapersi accendere a partire da dettagli quotidiani e situazioni apparentemente anonime. La poesia di Gabriele permette di scoprire quanto ogni attimo, se inquadrato nella giusta angolazione e con la corretta messa a fuoco, possa essere “occasione” per esprimersi, in una lingua che, al contrario della prosaicità che sempre più vedo diffondersi nelle idee di chi fa poesia oggi, ha sempre puntato, punta e continuerà a puntare, tramite le parole di chi resta, a mantenere nel fraseggio il senso della migliore poesia lirica che dalla modernità in poi ha appassionato ogni lettore: la musicalità della lingua. D’altro canto, se è vero che le parole hanno anche una semantica, in questo libro Galloni inquadra una ad una le scene che narrano di un’estate felice sulle coste del Lazio: il mare, il bagnasciuga, i canneti e le secche d’acqua percorse in compagnia. Elementi che danno vita a scenari che, come detto, riescono a dare immagini cristalline di un’estate felice, ma a queste non si limitano. Il libro sembra collocarsi in un tempo fuori dal tempo, come fosse oltre la definizione stessa di vita. I luoghi evocati dai versi trascendono la geografia, fanno perdere le coordinate e alla lettura lasciano intatte solamente, oltre che le meravigliose melodie suggerite delle parole, fotografie e scene che a chiunque sovvengono mentre Gabriele scrive, con precisione millimetrica, di schiume, tuffi, onde e fondali. Trovo di questo libro, inoltre, azzeccato il titolo: la dimensione di una stagione, probabilmente presente nei ricordi del ragazzo, universalizzata con la prospettiva del mondo. Gabriele era un cinefilo: la poesia si nutre di ogni tipo di espressione artistica, ne segue le fisionomie e ne ricalca le forme, le traduce in parole. La lingua materica di Gabriele Galloni indica, in ogni verso, un oggetto, una situazione, un dettaglio dell’inquadratura. Leggendo di tuffi, io letteralmente vedo una figura tuffarsi. Leggendo delle squame dei pesci appiccicate ai piedi dei camminatori sulla spiaggia, io sento quelle squame sulle mie piante. Questa poesia (cosa rarissima, soprattutto oggi) fa suo il dono della sintesi ancor prima di quello melodico. Nelle pagine de L’estate del mondo non c’è una parola fuori posto, né metrico né di significato. Non ci sono parole messe a riempire gli spazi, cosa che, me ne accorgo ogni giorno, é facilissimo si verifichi per una questione di assonanze o per la produzione di significato nell’atto del comporre (le cosiddette zeppe, che in molte scritture non fanno altro che diluire la densità dei sintagmi con elementi superflui). Gli oggetti, le cose concrete in questa poesia si coniugano con quella dimensione ulteriore di intendimento che riguarda tutti gli aspetti fin ora elencati (la cantabilità, l’inquadratura, il lirismo) e li declinano nella formazione dei testi in una maniera estremamente originale e che a chiunque si approcci alla lettura di questo testo fa spalancare occhi, orecchie e cuore. L’esito del libro, va da sé, è un racconto condotto per componimenti: una poesia che mi auguro, anche fra moltissimi anni da ora, possa ancora dare la misura di quella che é una delle vette, per la capacità di cogliere aspetti della realtà altrimenti inosservati, del fare dei poeti, la scienza degli artisti.
Lorenzo Fava
(nota di lettura apparsa originariamente su Critica Impura, blog di Sonia Caporossi, nel luglio 2021)
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Da L’ESTATE DEL MONDO (Milano, Marco Saya 2019)
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Nel parcheggio del centro commerciale
mi parlasti di certi
giorni d’isole; giorni dall’uguale
passo del mare misurati interi.
Mi raccontasti poi di come aperti
all’onda i cieli aprissero sentieri
mai apparsi prima, neanche agli occhi esperti
dei residenti che alla roccia e al sale
erano familiari.
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Io non ti domandavo; solamente
ascoltavo in silenzio, interrompendoti
per mostrarti le foto che prudente
ti coglievo di spalle. E riprendendo
perdevi sempre il filo; ti arrabbiavi
ma un attimo, per finta: ché ignorandomi
presto ricominciavi.
Le corse a perdifiato tra i canneti;
l’eco pomeridiana e l’eco a notte.
L’animale brusio e le sue interrotte
chiamate; e certi libri di poeti
scovati in biblioteche sotto il mare.
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Per l’ennesima volta, stanotte,
ho sognato una luna di polvere
sopra le case di via Ventimiglia.
E so che perderò qualche altra cosa;
che seguiranno altri giorni d’acquario;
e in casa intermittenti luci rosa
di stanza in stanza; e la televisione
costantemente accesa
su canali di lingua giapponese
dove strani pupazzi di gomma
si baciano, si danno guerra in ombra –
sopra le case di via Ventimiglia
per l’ennesima volta, stanotte,
ho sognato una luna di polvere.
E so che perderò qualche altra cosa.
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Seguii l’amica dietro la sua casa;
dove a sprofondo la valle arrivava
giù fino ai margini dell’autostrada;
ci inoltrammo nell’erba che più rada
ai piedi tutto il sogno disvelava:
l’amica mi indicò, chiuso da piccole
pietre arancioni, un altrettanto piccolo
mare. Mi disse: guarda la marea,
l’onda che sale.
E rimanemmo lì. “In contemplazione”,
scherzò l’amica. L’acqua alle caviglie.
Più lontano Corviale; il Serpentone.
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Ricordaci – come ricordi l’ultima
stanza della tua casa al mare, in fondo
al corridoio e piccola così
da contenere a malapena un letto.
Sarà il tempo per noi sempre più stretto
rifugio.
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Le case bianche a perdita
d’occhio; le cancellate
arrugginite. A sfondo
di cartone, sfrondate
chiome di nubi simulano
l’estate del mondo.