Su e da "MUSICA REALE". Inediti di Lorenzo Fava. Con una nota critica di Andrea Lanfranchi

 

 

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Lorenzo Fava è nato ad Ancona il 12 giugno 1994.

Vive a Macerata dove collabora con “Il Resto del Carlino.

È responsabile del blog di Arcipelago itaca.

Ha una laurea in Lettere con una tesi sull’opera poetica di Silvia Bre.

Ha pubblicato Lei siete voi (LietoColle 2019) e Vile ed enorme (Arcipelago itaca 2022).

Ha collaborato con la rivista “Inverso.

Sue note di lettura e traduzioni da Anne Sexton ed Emily Dickinson sono apparse online.

 

 

 

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Musica Reale è l’attuale titolo, e dico “attuale” non a caso, di una raccolta ancora in divenire di poesie inedite del giovane Lorenzo Fava, da lui consegnatami, in occasione dell’incontro di poesia “Prati generali” tenutosi a Fermo domenica 15 settembre 2024, con l’invito a leggerla.

Il dattiloscritto ha i presupposti per dare vita a un’opera coesa, non tanto una raccolta di poesie ma un piccolo poema, composto di sezioni differenti ma fortemente connesse tra loro.

Sebbene alcuni elementi dichiarino la giovane età dell’autore, e suggeriscano, per certi versi, di avere tra le mani un libro di formazione, se ne scorgono però altri che denotano una certa sicurezza di stile, e una posizione etica che sta maturando, o meglio consolidando, le proprie fondamenta, affrontando temi e domande decisive sul significato dell’esistenza e sulla propria esperienza di poeta. La scrittura si alterna, partendo dal ragionamento sentito e profondo sulla heideggeriana gettatezza dell’esserci, tra pensieri e domande legate a vicende personali, e la meditazione sul destino ultimo delle cose – dal particolare all’universale o meglio cercando l’universale nel particolare.

L’approccio alle questioni che il poeta apparecchia a supporto delle sue riflessioni non è nichilistico. Non negando il dolore che tocca all’uomo, anzi affondando la parola nella piaga, l’intero discorso si regge sulla necessità della Domanda.

Come lo stesso autore accenna, questo viaggio lo affronta in una condizione di sospensione, quasi tra la veglia e il sogno, o meglio tra la coscienza del tempo e la memoria di un passato sempre presente che lui non vuol superare né lasciarsi alle spalle. La non dimenticanza è un imperativo categorico per questo autore. Tutti i volti cari sono al contempo presenze che denunciano le loro assenze. Ed è a loro che nel secondo passaggio del libro si rivolgono le domande più impellenti.

Con la prima sezione Natura della lirica, l’opera si apre evidenziando il passaggio da un mondo originario idealizzato e caratterizzato da una perfetta bellezza e armonia, al mondo corrotto dal dolore e dalla morte. A tal proposito mi pare esemplare la poesia di apertura che in qualche modo preannuncia il sofferto percorso che il poeta si appresterà a compiere, anche e soprattutto nella seconda sezione del libro, attraverso i volti che hanno segnato la sua memoria. Scrive infatti: «Prima che la realtà insanguinasse l’incantesimo / e i fiori bruciassero nel freddo / tutto era limpido; le campane suonavano l’ennesimo / giubilo, le meridiane non avevano margine d’errore. // Un fiotto di buio poi si alzò col vento, grande / come il mondo tutto. Tremò la mano, / la pioggia si fece grandine, caddero rapide / le nubi. Muti ci immergemmo nel bordo».

Sembra quasi il racconto della sorte che ebbero i nostri “progenitori”, la cacciata dal paradiso e l’impatto con la realtà del mondo, il dolore e la fatica del vivere, la morte. Si intuiscono qua e là tali richiami biblici e, seppur nella manifestazione del dubbio costante che attanaglia la coscienza di chi scrive, si scorge un senso religioso tra i versi di questo sofferto piccolo poema. L’autore non trova risposte esaudienti, ma si spende nella Domanda. Questo a me pare.

Al discorso poetico si intreccia poi quello metapoetico, l’autore ragiona sul senso della poesia e su quanto fare poesia sia divenuto per esso elemento essenziale del vivere – la sua voce. Scrive infatti; «Scrittura, non ti chiedo di cantare / ciò che va taciuto, nei paradigmi / dell’arte tu dissipi ogni dubbio. / Cerco un significato nel linguaggio: / dalla memoria pesco il mio amore / e una fede manifesta la materia, / il percorso, la vita di un volto. Iniziai / a cadere dentro quel gergo, / tempo e spazio mutavano attorno». Sembra volerci far capire come in lui ha agito e agisce la poesia, e come sia letteralmente “caduto” dentro la necessità di comunicare attraverso la parola poetica.

E poi: «La poesia è la condensa / che si forma / tra vetro e fiato». Questi sono i primi versi di una delle poesie più significative nel discorso metapoetico che Lorenzo Fava affronta. Sembra dire che la poesia è nell’impalpabile, ma al tempo stesso è generata dal nostro sguardo dietro la finestra (è questo che produce quella condensa, il nostro desiderio di vedere/capire il mondo, ma anche di guardare oltre la finestra della nostra (leopardiana) chiusa stanza o, se vogliamo, oltre il limite della “siepe”. È dietro quel limite, infatti, che «un enigma arruola il cervello», ovvero si erge in noi la Domanda; e come scrive «l’essenziale / è la linea del silenzio» – l’essenziale può essere colto lasciando spazio al silenzio, il richiamo a Leopardi è fortemente presente nella poesia di questo giovane autore marchigiano; i concetti di “limite” e di “silenzio” non possono non far tornare alla memoria alcuni passi della poesia più nota del poeta recanatese: «E come il vento / Odo stormir tra queste piante, io quello / Infinito silenzio a questa voce / Vo comparando: e mi sovvien l’eterno…».

La poesia «sia della realtà un metro di giudizio, / questo mi auguro ogni volta scrivendo» dichiara con piglio programmatico Lorenzo Fava in uno dei brani della prima sezione. La poesia come strumento attraverso cui guardare il mondo, discernere il bene dal male, considerare la forza della memoria e riuscire a portarne il peso, soprattutto quando è il peso della morte di persone amate a gravare sulle nostre spalle.

Nella prima poesia della seconda sezione dell’opera Sogno aperto, c’è un verso in cui si legge «mia madre dice che è da vecchi pensare la morte»; ma la risposta a questa osservazione il poeta la fornisce già prima di arrivare alla seconda sezione del libro, laddove, rivolgendosi (a me pare) a un “Tu” superiore, scrive: «Fai che il fuori si adoperi / per entrare, che io possa provare / ogni angolo del tempo / che vive in me, di queste sedie, / delle squadre che disegnano / e giocano a rincorrersi sui fogli, / sulle tracce vocali dei nostri gesti. / L’anima è nostra, il corpo un prestito. / Quando verrà il mio attimo / fai che avrò detto tutto quanto»; dunque è questa la “missione”, o forse sarebbe più corretto dire la “vocazione” del poeta: che nulla sfugga, nulla al suo sguardo, nulla alla sua scrittura, persino la morte e il dolore in essa trovino il loro spazio. La poesia come strumento per gestire anche il pensiero della morte. Fava costruisce la sua poesia conscio che «l’incandescenza della lingua / chiude l’universo in questa virgola / la teoria del dolore in ogni lemma».

 

È in Sogno aperto, la sezione forse più emotivamente intensa e toccante, che la questione centrale della memoria e del dolore viene affrontata. Qui Fava dedica alcune poesie a degli amici perduti, ma sempre presenti.

È il tema della sottrazione e del recupero attraverso la parola poetica che emerge – parola poetica che qui si fa in qualche modo salvifica, perché trapassa il tempo, diviene ponte. E lo sguardo dell’autore è sul limite (quello che in una poesia della sezione precedente veniva definito “bordo”). Perché è sul limite che ogni artista lavora, compie il suo percorso, è sul bordo di quel vuoto centrale che l’opera si compie. E qui, alla condanna delle reiterate fatiche senza fine di Sisifo, alla scelta nichilistica del non senso, si predilige la parola poetica che persevera nella Domanda e dà un senso all’esserci, interloquendo, come in un dialogo che si svolga quasi in un sogno a occhi aperti, con chi più non c’è, ed è caro alla memoria del poeta.

E ancora mi viene da pensare al Leopardi del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, che pone le sue stringenti domande alla luna, quando Fava si rivolge agli amici morti che, così come l’astro leopardiano, godono della opportuna distanza dalle questioni terrene e per questo hanno più profondo e affidabile discernimento sulle cose del mondo e dei mortali: «Tu che ora sai la misura del totale, / l’equità perfetta del tempo, la materia / di ogni gesto e l’equazione della luce: / come è varcare la linea? Ci si può voltare? / Non dà tregua qui saperti in ogni ora. / Il mio ricordo è cosa degna?».

O ancora: «Tu che ora vedi il colore del niente, / questo silenzio indiradabile: preservaci / dal sonno, dagli estremi del disegno, / fissa da sopra il nostro gelo / finché simmetria ci ricongiunga».

Questo poeta nulla nega, e nulla rifiuta se non il mancare di chiedere sempre un senso alle cose, accettando il mistero – direi il grande mistero – dell’esserci. È per questo che sono profondamente commosso da questi suoi versi: «Mi tengo stretto al mistero come / alla rupe sul pendio; ma posso con cura / tornare a capire quanta gloria ci sia / nell’osservare; la gravità non schiaccerà / le farfalle, morirà il mio sangue / ma lo spirito no, non me lo sfiorerà / la polvere».

Versi che mi ricordano il famoso pino di Quasimodo in Rifugio d’uccelli notturni: «In alto c’è un pino distorto; / sta intento ed ascolta l’abisso / col fusto piegato a balestra». Quel pino sta a Quasimodo come la rupe su quel pendio a questo giovane poeta.

 

Nell’ultima sezione di questo intenso componimento, intitolata Serie d’amore, come nelle precedenti, con coerenza e fede, il valore della memoria e l’affidamento tenace alla parola poetica come difesa e recupero dal e del tempo, sono sostanziali alla scrittura. E così, anche l’amore per una donna, porta con sé il suo «tema di dolore», ed è inciso nella memoria e nelle cose. È alle cose infatti (le grucce, l’anta dell’armadio, il cappotto piegato, il suo tessuto) che in una breve ma mirabile poesia il poeta affida i ricordi di un amore, col timore sempre vivo che qualcosa di quella storia si possa perdere e non lasciar più traccia: «Tra i drammi sulle grucce nell’armadio / il tuo nome è stato scritto tempo fa. / Tremo all’ipotesi che la memoria / lo cancelli, e della nostra vicenda / mai più traccia».

 

Questa bozza di libro che ancora deve raggiungere il suo compimento, pur presentando alcune incertezze doverose di una ponderata riflessione da parte del suo autore, permette di intravvedere già, nei suoi tratti essenziali, la forza dell’opera che potrebbe essere, e che sono certo diventerà.

Perché quella di Lorenzo Fava è una poesia intensa, verticale, che cerca nella profondità del cammino un senso al suo essere nel mondo, con una postura eticamente forte e una scrittura vera, per nulla costruita, che nasce dalla sua stessa vita.

 

Andrea Lanfranchi 

(20 settembre 2024)

 

 

 

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Da MUSICA REALE. Inediti di Lorenzo Fava

 

 

 

Natura della lirica

 

 

 

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Prima che la realtà insanguinasse l’incantesimo

e i fiori bruciassero nel freddo

tutto era limpido; le campane suonavano l’ennesimo

giubilo, le meridiane non avevano margine d’errore.

 

Un fiotto di buio poi si alzò col vento, grande

come il mondo tutto. Tremò la mano,

la pioggia si fece grandine, caddero rapide

le nubi. Muti ci immergemmo nel bordo,

 

spezzato l’incanto le mura caddero, l’animo

lottò per sopravvivere all’assedio,

ma era troppo dirlo allora. Solo adesso canto

questa lotta senza tempo né storia,

 

perché più lungo il silenzio più longeva la parola.

 

 

 

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Scrittura, non ti chiedo di cantare

ciò che va taciuto, nei paradigmi

dell’arte tu dissipi ogni dubbio.

Cerco un significato nel linguaggio:

dalla memoria pesco il mio amore

e una fede manifesta la materia,

il percorso, la vita di un volto. Iniziai

a cadere dentro quel gergo,

tempo e spazio mutavano attorno.

 

 

 

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La poesia è la condensa

che si forma

tra vetro e fiato,

non la pioggia densa

o il quadro sciatto,

una tecnica esiste

di contatto tra la folla,

lo so per certo.

E se un enigma

arruola il cervello,

lo mette al servizio

di un sogno aperto

e lo chiede fissandoti,

tu non trasparire:

l’essenziale

è la linea del silenzio,

una forma consustanziale

all’aria, che ci attraversa.

 

 

 

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Ci vuole coraggio per capire

quanto pensiero presieda

la categoria dei per sempre,

a quante anime queste parole

possano dare la forza che dà

la compagnia. So che l’unicità

va ricavata nella cifra impressa

sulla fronte, ‘che tutti siamo

uguali nel profondo, un gergo

di porto e di montagna abbiamo

nei dettagli del viso, in un volto

per ognuno. Ma mi spingo

oltre il pensiero, che è mio

nella misura di quanto è condiviso.

Fai che il fuori si adoperi

per entrare, che io possa provare

ogni angolo del tempo

che vive in me, di queste sedie,

delle squadre che disegnano

e giocano a rincorrersi sui fogli,

sulle tracce vocali dei nostri gesti.

L’anima è nostra, il corpo un prestito.

Quando verrà il mio attimo

fai che avrò detto tutto quanto.

 

 

 

Sogno aperto

 

 

 

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Dei sogni che hai avuto solo uno

fu tuo davvero: che la guerra

non rivelasse vincitori né vinti

e ci fosse infine una pietà

per tutti. Che una giustizia riappianasse

la conta delle lacrime negli ultimi.

È un sistema di valori mai centrato.

Getti in un appunto

l’anima che ti parla al telefono

oltre le frequenze, nel doppiofondo

dei codici.

 

 

 

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a Vincent Ntiyaba

 

Cosa imparare dal presente lo ha detto

un amico, quelle parole si diffondevano

in me come una luce, una premura.

Per la dolcezza del suo sguardo

ho dimenticato finalmente l’odio,

ho avverato un sogno tutto umano,

posso dire cosa dimostra il mio tema,

tende a passare la prova del fuoco.

 

 

 

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a Pietro Polverini

 

Tornerà l’estate seppure le foglie

iniziano a cadere. In questo è la fede,

che sia solo una vacanza lunga.

Tu che ora vedi il colore del niente,

questo silenzio indiradabile: preservaci

dal sonno, dagli estremi del disegno,

fissa da sopra il nostro gelo

finché simmetria ci ricongiunga.

Fino ad allora stringici le spalle,

e sapremo che nel vento

continua la tua corsa affianco alla strada,

e che nel freddo di novembre la parola

non s’arena, prolunga la vita di chi dice.

 

 

 

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a Gabriele Galloni

 

Non sapevamo già prima che l’assenza

ha un potere immenso, più alto del cielo,

di gran lunga superiore ad ogni forma

di saluto? Potevamo immaginarlo

che l’altrove è qui ed in ogni luogo?

Difficile da credere, ma non vedere

è davvero il distacco più profondo,

la distanza che consegna alla leggenda?

Tu che ora sai la misura del totale,

l’equità perfetta del tempo, la materia

di ogni gesto e l’equazione della luce:

come è varcare la linea? Ci si può voltare?

Non dà tregua qui saperti in ogni ora.

Il mio ricordo è cosa degna? La parola

salva e annienta, immaginiamo.

Lo sai: dicci quanto il passo dista,

e che l’ala degli angeli compaia.

Il bisogno della memoria è il più

antico, per quel che ne sappia

ogni mortale, serve a realizzare

l’interezza, una vita passa, il canto

perdura tutti gli esiti, ma quanto costa

ammettere che un corpo può sfasciarsi,

e che la realtà è il più duro dei sogni!

 

 

 

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Mi tengo stretto al mistero come

alla rupe sul pendio; ma posso con cura

tornare a capire quanta gloria ci sia

nell’osservare; la gravità non schiaccerà

le farfalle, morirà il mio sangue

ma lo spirito no, non me lo sfiorerà

la polvere.

 

 

 

Serie d’amore

 

 

 

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Sto appeso ad un amore totale

che s’è accasato nel sangue,

vedo dalle sue pupille, mi muovo

tra le due gambe. Educo il gesto

a durare nelle lettere da quando

la mia età non ha fiato per urlarle.

 

 

 

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Tra i drammi sulle grucce nell’armadio

il tuo nome è stato scritto tempo fa.

Tremo all’ipotesi che la memoria

lo cancelli, e della nostra vicenda

mai più traccia. Io fremo quando

l’anta si spalanca. Mi rendo conto

che sei passata, hai lasciato un unguento,

un tema di dolore, una perla d’inverno.

Il cappotto è riposto piegato,

non ho dimenticato il suo tessuto.