Su "LA FRANCA SOSTANZA DEL DEGRADO" di Ivano Ferrari. Nota critica di Lorenzo Fava

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Ivano Ferrari è nato a Mantova nel 1948.
Ha lavorato nel mattatoio cittadino e per il Palazzo Te.
Ha esordito nel 1986 con A forma d’errore (Forum); suoi versi sono stati inseriti nell’antologia Nuovi poeti italiani 4 (Einaudi 1995).
Sempre con Einaudi ha poi pubblicato le raccolte La franca sostanza del degrado (1999), Macello (2004) e La morte moglie (2013 - Premio “Giovanni Pascoli” 2014). Un altro suo libro di poesie, Rosso epistassi, è stato pubblicato da Effigie nel 2008.
È morto nella sua città natale il 28 aprile del 2022.
È da poco uscita, per Crocetti, la raccolta di inediti Transitori e risorti.
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Su La franca sostanza del degrado
Propongo alcune righe di lettura sull’opera a mio avviso più rappresentativa del poeta mantovano Ivano Ferrari (1948 - 2022), vero e forse unico maestro che ho incontrato nella mia esperienza di lettore. Per “rappresentativa” non intendo necessariamente la più compiuta – anche se di fatto lo è – quanto quella maggiormente indicativa della poetica di un autore estremamente appartato, sulla cui produzione è stato detto molto e, mi auguro, molto altro verrà scritto. Parleremo de La franca sostanza del degrado. Ferrari esordisce nel 1984 con la plaquette, pubblicata da Forum / Quinta generazione, A forma d’errore, di cui molti testi, con alcune varianti, confluiscono proprio ne La franca sostanza del degrado. La riscoperta di Macello (Einaudi 2004) seguita alla scomparsa dell’autore è fuor di dubbio una delle più importanti e più giuste attenzioni che si devono ai poeti insofferenti alle etichette e alle categorie con cui la contemporaneità cataloga le voci. Quella di Ferrari, che compare per la prima volta nella collezione di poesia einaudiana nell’antologia Nuovi poeti italiani 4 con testi che poi saranno compresi proprio in Macello, è senza rischio di fraintendimento una poetica della materia. Ho scelto però di trattare qui La franca sostanza del degrado perché quella “materialità” della sua parola, ben descritta da poeti e critici ben più acuti di me, è in questo libro, se non meno evidente, almeno sfumata. Ci sono perfino toni, pur nella loro icasticità carnale, che guardano l’astrazione, o che comunque contemplano la meditazione e l’amore. Ferrari non è un poeta elegiaco: rifugge questa forma scrivendo testi frontali, il più delle volte molto brevi ma che non hanno nulla a che vedere con scritture sapienziali o aforistiche. “Laconica per troppo accumulo, sarcastica per troppo dolore, sgraziata per troppa grazia”, scrive Antonio Moresco della voce di Ferrari nella quarta di copertina de La morte moglie (Einaudi 2013): e proprio su queste espressioni antifrastiche sulla sua voce a mio avviso si condensano i tratti distintivi – e inimitabili – della sua poesia. L’unico volume che non abbiamo nominato è un altro meraviglioso esempio della sua poetica: Rosso epistassi (Effigie 2008); un libro attraversato da potentissimi slanci espressivi e che più degli altri sembra essere una crasi tra i momenti – e i movimenti – che la scrittura di Ferrari presenta nel libro di cui diciamo qui, del 1999. Al netto della preferenze personali sull’espressività più o meno esplicita dei volumi nominati, tra cui forse Macello è il più iconico e oggi il meglio ricevuto, credo La franca sostanza del degrado sia il più completo perché, nell’arco delle nove sezioni di cui è composto (Epigrafie, Quel che si vede, Fiori dormienti, Sintomi d’ambiente, L’ora della specie, Corrispondenza, Poesie laconiche, Cose d’amore e Smaltitoio) viene dato conto a trecentosessanta gradi delle istanze che attraversano il poeta. Cercheremo quindi, tramite sintetici riferimenti alle altre opere che precedono e seguono questa pubblicazione, di non tanto disegnare una mappa dei temi che caratterizzano queste poesie, quanto di esplicitare, senza la minima pretesa di esaustività, quella che è la cifra della scrittura di questo autore. Per me Ivano Ferrari è quello che Velimir Chlebnikov è per Paolo Nori. In un volume pubblicato da Quodlibet Nori, che sull’autore russo scrisse la sua tesi di laurea, racconta: “per me Chlebnikov è di più”. Qualsiasi autore Nori leggesse, Chlebnikov era “di più”. Questa espressione più volte ripetuta nella nota del traduttore, rapportata alla mia esperienza, vale per Ivano Ferrari. Ivano Ferrari per me è “di più”: è più degli altri poeti, è più delle altre poetiche, è più perfino della poesia stessa. Nei paragrafi che seguono tenteremo una lettura delle nove sezioni de La franca sostanza del degrado, il libro che più di ogni altro, a chiunque si approcci alla lettura di questo immenso autore, dà misura di cosa abbia significato per Ferrari scrivere.
“[…] La poesia si limita a cantare la funzione sociale della catastrofe / perché come Dio è in vena di nulla”. Uno – forse il primo – dei motivi per cui mi appassionai alla lettura di questo libro è costituito dal fatto che l’elemento metapoetico è il più grande ed evidente trait d’union delle sezioni di cui il volume è composto. La parola “poesia” compare frequentemente, come compare il rapporto tra la già indicata, estrema materialità dei referenti e la scrittura in versi. D’altronde “Scrivere è cercare un paesaggio bello sodo” sta scritto già nell’incipit dell’esordio di Ferrari, A forma d’errore, testo che tornerà qui più avanti. La scrittura di Ferrari, oltre che dare in moltissimi testi manifesti di poetica, sa richiamare tra loro i dettagli che le danno forma. “[…] una geografia anteriore all’esplosione dei dettagli”, chiude la prima pagina. Il titolo della sezione, Epigrafie, indica già quello che i testi andranno lì a dire: sono versi che in qualche maniera costituiscono i prodromi di quello che poi sarà sviscerato. “Non sono […] una chiave di lettura […] teoretico, trasognato e maldifeso / mi aggiro nei dintorni della prosa quasi crocefisso […] ligio all’oscuro”: c’è già la dichiarazione del carattere, dell’indole, del temperamento che il poeta ha. Nelle pagine successive altri dettagli della concezione dell’arte e del mondo attraversano le righe: “L’arte è rapina”, “povera confidenza su spalle gracili”, “tonfi sordi di una scrittura carnosa”. Quello che emerge immediatamente è la tendenza ad enumerare in maniera concisa i correlativi che danno al poeta, in maniera espressiva forte ma sempre estremamente bilanciata, l’occasione di esprimersi: verticalizzate nelle chiuse, le parole di Ferrari si dimostrano pienamente “laconiche per troppo accumulo”. “Nessun passato a cui ritornare […] di che abbiamo paura allora, di chi?” chiude la prima sezione, e il racconto prosegue.
“Gli innamorati […] osano l’inutile”: seppur nelle inequivocabili simili accentuazioni e nei campi semantici da cui Ferrari pesca, amo La franca sostanza del degrado ancor più di Macello perché non c’è un vero e proprio tema, nella raccolta. Ogni sezione pare parlare a sé di sé. La seconda, Quel che si vede, presenta testi che nella loro brevità danno un’altra indicazione caustica per trovare la cifra della poetica che si sviluppa. Il testo di pagina 23, C’è, credo sia un bell’esempio dei pochi tratti che finora abbiamo delineato. Lo riporto qui per intero: “una depressione strettamente privata / nonostante le pulsazioni zampillino / su una libertà ambivalente, / un essenziale figurato / economia genetica di tono mistico / senso di colpa neutrale e nel testo / l’avidità dell’innocenza. / Scoppia la vescica quando le parole / assorbono le tossine della poesia”. L’avidità dell’innocenza nel testo è una spia importante: la depressione strettamente privata nonostante il suo manifestarsi (lo zampillio delle pulsazioni) è seguita da altri due aspetti che aiutano a capire la natura, o azzarderei la genesi, della poesia dell’autore: “un essenziale figurato” e il “senso di colpa neutrale”. Su queste frequenze si andrà a costituire tutta la poetica di Ferrari; se la depressione privata è, in nuce, ciò che darà alla voce del poeta quel tono estremamente interiore che grazie ai suoi riferimenti materici esce dalla vicenda umana singola e si rivolge a chiunque legga, il senso di colpa neutrale io credo possa essere una buona descrizione di partenza di quello che muoverà il poemetto Macello, che tratta l’esperienza del mattatoio, restituendo dignità agli animali sacrificati sull’altare del consumo. L’avidità dell’innocenza, infine, potrebbe essere la ragione per cui “nel testo” Ferrari parlerà nell’ultima sezione del libro della morte del padre, in una serie di poesie di tragica, sublime bellezza. Lo stesso discorso vale per quella che sarà l’ultima opera pubblicata da Ferrari, La morte moglie, dove nella seconda sezione un dolore pervasivo attraverserà ogni riga, un esempio commovente di come la poesia possa parlare di morte (e amore) senza farsi elegia, mantenendo lo stesso scarno e duro giro di frase, ricorrendo più volte ad un’espressività che, nella sua tremenda icasticità, non rinuncia ad una vena di amara ironia. Per tornare al testo C’è, la chiusura presenta ancora, come avverrà in tantissimi testi, la parola “Poesia”. Accostata alle tossine, lo scoppio della vescica che le contiene può essere interpretato come una liberazione, una volta trovato il “paesaggio bello sodo” che fin dall’apertura di A forma d’errore – e in questo volume ripreso – traccia un intento chiaro. “Forse la morte è la via più breve / per cedere con calma alla realtà”: l’immagine che chiude la poesia di pagina 24, “incornicia il volto un grido di capelli”, dà modo di aprire una piccola parentesi sul repertorio immaginifico di questo poeta, così vasto quanto fortemente connotato. Non è solo un fatto di immagini “materiali”: nella produzione di questo autore, in cui come accennato la metapoesia si fa tratto stilistico imprescindibile, la potenza dell’immagine evocata è direttamente proporzionale allo scarto che l’accostamento verbo-complemento o nome-aggettivo o anche attante-attante fa profondo. Alla durissima musicalità delle frasi, in Ferrari, dedicheremo un paragrafo più avanti, ma mi preme qui accennare, in quanto fortemente esplicativo del discorso sull’immaginario del poeta, come le parole si comportino nella loro consecuzione. Ricordo una chiusa da La morte moglie: “aiutami a sgombrare merda dal cuore”. Benché verticalità del genere abbondino in Ferrari, trovo questa particolarmente significativa, anche per parlare de La franca sostanza del degrado, in quanto “merda” e “cuore” sono forse nel linguaggio poetico tra i lemmi di più complesso e rischioso utilizzo. Parlando del tumore e della scomparsa di sua moglie, a cui il libro del 2013 è dedicato, lo scoppio di immagini simili è presente e ha come sfondo la descrizione della morte. La Franca sostanza del degrado non fa eccezione, contenendo anzi i prodromi della poetica che fa dell’autore mantovano una voce dissonante e unica.
È la sezione Fiori dormienti a raccogliere molti testi usciti nell’esordio per Forum / Quinta generazione: “[…] raccolgo solo capelli unti / che faccio scivolare nelle regioni del testo / e accecato dall’inessenziale dormo”. La caustica cronaca di una realtà al contempo visibile e sognata attraversa tutta la sezione del libro, e ha vari richiami nelle “regioni del testo” che seguiranno. In tal senso, a pagina 43 la poesia, che riporto per intero, dice: “Questo è un racconto in veste di romanzo / la poesia non c’entra / la forma di una donna ha mille figure possibili / il sangue notturno è diverso, più chiaro; / ma è un ricordo o il duodeno / la bocca del giorno doviziosamente sguaiata / o il tubo digerente senza uscita / che tiene le mie ombre prigioniere?”. Credo l’interrogativa che chiude il testo – dedicheremo più avanti un paragrafo specifico a come le chiusure, in Ferrari, si rapportino con ciò che nel singolo testo le precede – ottenga la sua risposta negli esiti. I ricordi e la carne sono come secondini che tengono in prigione la materia; Ferrari non libera – non è sua intenzione farlo – la materia dalla carne e dal ricordo; piuttosto la illumina, ma lo fa in maniera totale, entra nelle sue più leggere sfumature e, proprio grazie a quella materiosità che distingue tutta la sua produzione, la testimonia. Il suo è d’altronde un rapporto di conoscenza con le due grandi ispirazioni della lirica, l’amore e la morte. Anche nei testi dove abitano insieme, le due questioni – espresse soprattutto nell’ultima sezione de La franca sostanza del degrado e nella seconda de La morte moglie – sono tra loro avvinte e, al netto dell’ineffabilità della scomparsa definitiva, è il “portamento del testo” a dare sottotraccia conto dell’ispirazione. Mi rendo bene conto della problematicità del termine “ispirazione”: nessun filologo o critico letterario la userebbe come sto facendo io, pena il declassamento a scribacchino. Non appartenendo io a nessuna delle due alte categorie, posso prendermi la libertà di dire quello che è ispirazione per me. Considero ispirata una poesia che non deve fare i conti con la letteratura che esiste al di fuori da sé: non perché la poesia non vada attentamente studiata e conosciuta, ma perché la coscienza di un autore “vero” e “ispirato” basta a produrre versi di caratura massimale, che un teorico farebbe difficoltà a scrivere. Io credo un buon testo in versi possa essere scritto da tutti. Cosa divide allora lo scrittore occasionale dal poeta? È nell’identificazione con la figura che proiettata sulla pagina che dà la sua personale intonazione alla lirica, questo genere che duemilacinquecento anni fa nella Grecia antica iniziò a dire – a cantare – i sentimenti umani mettendo chi scrive al centro del racconto, che si trova tutto lo scarto di senso e di ritmo che fa di un poeta un poeta “autentico”. Ecco che i dintorni della prosa in cui Ferrari si aggira “quasi crocefisso” e “la trama […] ai margini del dramma” acquisiscono una valenza diversa, ulteriore. Il racconto, in tutta la poesia di Ferrari, è centrale. La seconda sezione de La morte moglie, così come lo Smaltitoio che chiude La franca sostanza del degrado, sono cronistorie del dolore. Il male che porta via all’autore il padre e la moglie viene raccontato senza che la cifra stilistica ceda al lamento o ad una musicalità fatta d’aria: è sempre la materia ad essere protagonista nei versi di Ferrari. Benché l’orrido non sia certo un gusto inventato da lui (il poeta latino Lucano descriveva sangue colare da teste umane mozzate), qui se ne trova una manifestazione evidente. La questione del lugubre con Ferrari però, a differenza di tanta poesia odierna più debole che non fa frizione tra quel lugubre e il resto del testo, è accoppiata ad elementi che muovono l’espressione su linee verticali; qualcosa di più vertiginoso della classica inarcatura lirica abita queste pagine: “In qualche letto l’agonia dei corpi (amore rapido) / disturba il lavorio dei topi”. Si tratta sostanzialmente del “Degrado” detto dal titolo. La sostanza del degrado io credo altro non sia che questo comparire di sangue, merda, topi e insetti che abitano i versi, mentre per comprendere l’aggettivo “franca” servirà uno sforzo ulteriore. Per ora ci limitiamo a dire come Ferrari riesca – soprattutto nel libro Macello, dove la questione è lampante, ma anche qui e nei suoi altri libri – a dare quei dettagli che, con una luce spesso “sgraziata per troppa grazia”, abitano il reale dove sembra, solo all’apparenza, la grande poesia non possa esistere.
La sezione Sintomi d’ambiente è forse portatrice di uno dei caratteri che distinguono Ferrari da molta poesia degli anni 2000. Delle sue poesie diremmo tutti che sono “potenti”. Ma cosa è questa “potenza” tanto cara a certo pensiero sui valori estetici dei testi? Io credo la potenza testuale sia qualcosa che va oltre la concezione di bellezza. Serve che un verso abbia qualcosa che “sconvolga” quella che, fino all’instante precedente alla lettura, è stata la nostra idea di poesia. Ma anche questo non basta. La potenza cambia non solamente l’idea teorica di scrittura in versi, ma agisce sui nostri pensieri non solo rispetto a questo o quell’autore, ma impone anche, da quel momento in avanti, che tutte le scritture debbano confrontarsi almeno su un piano ideale con quell’autore e la sua potenza. L’iconico testo di copertina de La franca sostanza del degrado è tratto proprio da questa sezione del libro. La riporto per intero: “Sparo su di uno straccio usato / sull’esistenza scaltra dei rimorsi / sono come la luna condannato / a stare in alto per colpa dei poeti / piloti senza viaggio o latitanti. / Prendo in ostaggio i raggi / – di sole ora si parla – / reliquie di luce clandestina / da lì sparo sulle ombre meridiane / sui feudi di catrame delle favole / vado in verso e uccido io per voi”. Questa poesia, quasi una bordata, contiene versi che fanno arte a sé. Sono solito chiamarli “versi proiettile”. Sostengono il procedere sintattico della frase segmentandone lo svolgimento. Qui abbiamo un novenario, quattro endecasillabi, due settenari, un decasillabo subito riportato nella misura con il dodecasillabo che segue, un endecasillabo sdrucciolo e infine l’apice della potenza verbale del testo, “vado in verso e uccido io per voi”. “Io non ho colpa / se il rapporto con lo specchio / è dialettico”, si legge in un altro testo da Sintomi d’ambiente. La capacità di Ferrari di dare misura della propria voce in tanti, tantissimi testi è secondo me indice di una forma che è andata costituendo l’autore come poeta e come uomo. Mi riferisco anche, ma non solo, al lavoro dell’autore nel mattatoio, la cui esperienza servirà a scrivere Macello. Ferrari è un poeta autentico: scrive di ciò che conosce. lo slancio politico, presente soprattutto in Rosso epistassi, è imponente come tutta la sua meditazione ne La franca sostanza del degrado, che raccoglie poesie precedenti e contiene le radici di tutti i temi che seguiranno il libro del 1999. Macello è un capitolo importantissimo della produzione del poeta mantovano. Ci sono momenti in cui riesco a spiegarmene la ragione, ma arrivo a conclusioni sempre parziali sul perché oggi Macello sia più letto de La franca sostanza del degrado come pure de La morte moglie, uscito quasi dieci anni dopo il poemetto sul mattatoio di cui si leggono frammenti molto spesso. Ci sono questioni, sulla poetica di questo autore, che mi affascinano da un punto di vista tecnico, formale. Altre mi prendono il cuore. Il discorso che Ferrari fa sulla morte di sua moglie nella seconda sezione del libro del 2013 – nella prima delle due sezioni si trovano testi risalenti ai tempi di Macello – è devastante. Ferrari fotografa, dice con assoluta esattezza quell’orribile scenario, dà una rendicontazione lirica della tragedia. Non c’è volontà, nella sua scrittura, di cercare qualcosa che sia diverso dalla realtà, Macello lo dice chiaramente. In Rosso epistassi, “questo tremore che alimenta scissure / in un interno con sagoma di sindone / questo malanno in cui batte volontaria / l’età della riscrittura / questa geometria del desiderio che punta / alla riforma dell’atlante / che cambia lenzuola rapendole al dolore” è un’altra delle manifestazioni del sapere verticale dei versi, come accade nella sezione Sintomi d’ambiente. “Supponiamo che la fantasia sia sana / che la cadenza di un amplesso sia in quartine / e il destino, a partire da oggi, parodia; / che ci sia in tutto questo della musica / in una sera borghese e azzurrina”: i momenti in cui – e nel corso de La franca sostanza del degrado certi momenti sono tantissimi – il dettato non esce dal solco come accade ad esempio in “Sparo su di uno straccio usato” ci lasciano sempre la sensazione dello scarto evidente che c’è nel senso tra l’inizio e la fine del testo. Quella che per tanti poeti anche molto validi è un pilastro dell’orizzonte di ricerca espressiva, l’attitudine al canto, da Ferrari è ampiamente destreggiata, piegata ad un’esigenza precisa. Aldilà infatti di quelle che possono essere le mie annotazioni sulle frequenze di questo libro, che sono varie ma tutte comprese nell’orizzonte della voce del poeta mantovano, mi preme parlare di come queste poesie stiano all’aspetto sonoro.
Il discorso sulla musicalità di questo poeta merita un osservatore ben più puntuale del sottoscritto. Darò solo qualche impressione di carattere sonoro e proverò ad inquadrare come le parole stanno sulla pagina. Ferrari va letto in tono piano. Il magma lessicale da cui pesca è troppo legato alla carne, contiene troppi voli nelle chiuse, vertiginosi abbassamenti, schianti sulla materia verbale tanto forti da annichilire. La sua musica non è elegiaca, non è alta, o meglio, non è alta sempre, perché nell’astrazione del tema, anche qui ne La franca sostanza del degrado, è implicita la presenza di un precipizio, di una condizione di dolore. Si cadrà. La poesia di Ferrari è di un’intelligenza emotiva straordinaria e al contempo di una tecnica esattissima nel trovare il poetico nel dettaglio, spesso carnale, sessuale, ma anche macabro e, come tutto il poemetto Macello evidenzia, sicuramente brutale. Parole bellissime su La franca sostanza del degrado sono state scritte su “Repubblica” da Mary Barbara Tolusso: “questa sorta di realtà presente e pregressa che detta passo e struttura, che non diviene mai qualcosa di definito o definitivo, che vive non solo di memoria, ma di cose continuamente guardate e dette” credo stia a dire quanto Ferrari è poeta autentico perché scrive di ciò che conosce. E allora la vertigine non è più legata solo al lavoro nel mattatoio che dà il la a Macello, ma molto anche, e forse maggiormente, proprio alle istanze de La franca sostanza del degrado. Perché quello che appare in questo libro è qualcosa di assolutamente incredibile, ed è ciò che farà dissonare la poetica di Ferrari da tutta quella della poesia degli ultimi venticinque anni. La cifra di Ferrari ha di profilo le linee della materia, ma all’interno un particolare tipo di musica di cui parlare è necessario. La punteggiatura è molto rara e gli enjambement sono pochissimi, coerentemente al discorso sull’unità-verso che si fa “proiettile” tenendo riga per riga viva la sintassi. Una poesia di questo tipo deve avere regole prosodiche implicite da cui non si può prescindere. Credo di aver pensato ad un altro poeta lombardo, nato vent’anni prima di Ferrari, come suo possibile modello musicale: Giampiero Neri. L’aspetto occidentale del vestito presenta una colorazione sonora molto simile, che rileva alla pronuncia un timbro che somiglia a quello che caratterizza i libri di Ferrari. Dico questo, ma non ho mai conosciuto Giampiero Neri se non dalla lettura dei suoi testi. Dedicherò due parole al mio dialogo con Ferrari a conclusione di questi paragrafi, quando spero di aver detto la mia impressione sul libro nella maniera più vera possibile. Vorrei fossero i testi in versi che cito, qui, a parlare. Le parole fuori dalle virgolette, ossia quelle che non appartengono a Ferrari ma a me, vorrei fossero solo un modo di tener viva l’attenzione su cosa ha significato per me leggere questo poeta.
L’ora della specie, la sezione che si apre a pagina 69, contiene il testo a cui ci riferivamo che compare – ne è l’incipit – in A forma d’errore. Io credo sia uno dei testi più significativi per comprendere il temperamento poetico di Ferrari. “Scrivere è cercare un paesaggio bello sodo” chiude la poesia, ma questa frase arriva dopo una serie di elementi nella cui lettura – e nel collegamento, appunto, con la chiusa – si scoprono le carte e si mostrano aspetti precisi dell’idea di poesia di questo straordinario autore. La presenza della prima persona plurale che a primo sguardo mi sembra abbastanza rara nei libri di Ferrari dice una cosa forte: “diventammo ostinatamente superstiti”. La situazione muta nella seconda parte del testo: “decidemmo che l’attesa della posta era un’azione / perché malgrado le varianze o i lemmi sguardi sulla carta / scrivere è cercare un paesaggio bello sodo”. Eccola qui, la poetica della materia in tutta la sua chiarezza. Il paesaggio bello sodo è la carne, in tutte le sue declinazioni. La funzione è una sola: scrivere. E io questo credo sia oggi il più grande merito che va dato a Ivano Ferrari: aver scelto e coerentemente argomentato una tendenza, nella poesia italiana contemporanea, “dissonante e unica”, come scritto da Antonio Moresco in chiusura della quarta di copertina dell’ultimo libro di Ferrari, La morte moglie.
“Quale che sia il progetto / voglio mettermi a squartare / queste panche su cui poggiano / le nostre sferiche vocazioni”: nella prima poesia della sezione Corrispondenza, forse, come il titolo già lascia intendere, la più strettamente “lirica” della sezioni di cui il libro è composto, intendendo qui con lirica non tanto la poesia che ha al centro l’Io, quanto quella forma che, codificata nel corso dei secoli dall’estetica e cercata dalla critica letteraria, risponde a criteri formali precisi. Ferrari ne è un interprete eccellente. Le poesie qui sono composte di molti, lunghi versi: non per questo perdono il loro potere sintetico. Basta un accostamento alla sua maniera al poeta mantovano per essere riconoscibile. Cito un testo per intero (la sezione è composta da appena cinque poesie) e lo scelgo in quanto per me è veramente elettrizzante soprattutto, ancora una volta, per come la chiusa dia, mi si passi l’espressione gergale, una botta clamorosa: “Mi sono conosciuto il doppio. / Un modello linguistico che è lessico coatto / me lo ha tenuto lontano. / Nonostante certa timidezza orale so della sua potenza / strana in un tranquillo condomino dell’immaginario, / la sua autorità è fuori discussione ma indecifrabile / mi è coetaneo / così tormentato dalle buone ragioni del privilegio / si commuove della vergogna che prova doppiandomi. / Mi chiedo se la sua è una miopia oggettiva | o se davvero non vede quando / sotterraneamente mi espando”. Collego questo testo ad una tradizione sul “doppio” che non ho conoscenze per tentare, mi basta citare un celebre, meraviglioso testo di Remo Pagnanelli, Mia ombra mio doppio che ne è un po’ la versione marchigiana. Ferrari qui dà ancora prova dell’indole lirica che, arrivando a sdoppiare il soggetto per esprimere qualcosa che somiglia ad un’autolettura stilistica, sempre lo abita. Questa sezione del libro composta da appena cinque corposi testi indica, pagina per pagina, molti dei suoi toni. Ribadisco che a mio avviso ad alta voce Ferrari va letto in tono piano. La chiarezza e la potenza dell’immagine non devono essere offuscate o limitate dall’interpretazione. Ce lo dice lui stesso: “nonostante certa timidezza orale so della sua potenza”.
“Di noi diranno letti / miniere di stelle rattoppate”. Le poesie laconiche sono quelle per eccellenza sintetiche della raccolta. Non è solo un fatto di brevità. Nella frase di cui sono composte si trova la cifra dell’inarcatura sintattica, musicale e sensoriale dell’autore. L’inarcatura tende al verticale, gli è sempre vicinissima, raggiunge il suo massimo grado quando lo scarto a livello di senso (le “stelle rattoppate”) nelle chiuse, nella fine delle frasi, è ampio. La poetica della chiusa che sconvolge il testo che precede, che si tratti di una frase minima come in questa sezione o di lunghi versi come in Corrispondenza, è la stessa. C’è un movimento verticale, spesso dall’alto verso il basso, allucinante e velocissimo. Avviene nello spazio di un accostamento.
Ci sono poi le Cose d’amore. La presenza di questa sezione è uno degli aspetti che mi ha spinto a scrivere questi paragrafi, ma non per il tema, o meglio, non per il tema in sé, ma per quello che apporta alla cifra del nostro che, in questa sezione, dalla materia un poco si distacca. Se come accennavamo c’è anche un filo d’astrazione, in questo libro, questa si manifesta col tema amoroso. La forza del componimento lascia qualche spazio ad un sentimento che, nei testi dove quel filo di pensiero astratto presenta accostamenti delicati, è superlativo. “te, infine, / ultima carezza della luce, il lampo / che sfoltisce gli ospiti”. Anche “i cani si scambiano le lingue” testimonia come la materia e il corpo a corpo con la concretezza non sia mai assente seppur forse più tenue. La cosa che invece non viene mai, mai diluita è la metapoesia: “Scrivo di corsa / per sfuggire all’arma / ti vedo piangere / nella giacca beige / ed infilarti nel paltò / – è tardi – fa la penna / l’evento striscia in frasi / grame come ore / che non sanno estinguersi”. È ancora una volta l’estrema esagerazione della percezione a dare la cifra di Ferrari: la frontalità con cui affronta in questo libro tutte le sfere della realtà esterna e interna è coraggiosa e mirabile.
C’è infine Smaltitoio. La serie di poesie sulla morte del padre sono laceranti. Il testo che apre la sezione, Figlio, è drammatico e sublime: “La senti la sirena / ci tocca il bocca a bocca / il dentro appena breve / di noi due”. La fotografia del sonno a pagina 164 riporta in tre versi il dramma: “Quante volte i tonfi dei pensieri / spaventano le pieghe della bocca / dandoti un sorriso incline al nulla”. Con la morte del padre, l’assertività diventa poesia allo stato puro in quanto scinde la logica dal linguaggio: “mezza eternità se n’è già andata”. “Anche morto fai / da trovarobe al dolore”: le luci muoiono di silenzio e la materia che forse ambisce “ad essere ossatura del dialogo” si fa qui, alla fine del libro, semplicemente indescrivibile. Perfino Dio compare “chiaro” e “arriva con dolcezza / anche alle unghie”. Nelle Condoglianze, titolo della poesia che chiude sezione e libro, compare la penna e “sciami di forme alludono / all’insepoltura”.
La franca sostanza del degrado è uno dei libri più intensi che abbia mai letto. Tanto ancora va scritto sull’opera di Ivano Ferrari. Proprio mentre scrivo questi paragrafi vengo a sapere che l’editore Crocetti sta dando alle stampe una sua opera. Ivano Ferrari è morto quattro anni fa, io non vivo giorno senza che i suoi versi mi passino per la mente, e che vi sostino. Come dice Andrea Zanzotto in un suo famoso verso, Ferrari “anch’io l’ho conosciuto”. Ero con un caro amico al bar Delizie in corso Cavour a Macerata, era il 2018. Tramite un giro di chiamate riuscimmo a reperire il numero del suo telefono di casa. Era mattina. Ci rispose una voce che era proprio come l’avevo immaginata leggendolo. Parlammo un quarto d’ora. Quelle parole sono tra le cose più preziose e significative che mi siano successe nella vita. Sono tremendamente felice che Crocetti lo stampi. Grazie Ivano, per quello che sei stato, per quello che sei e per quello che per me rappresenti.
Lorenzo Fava