Versi da "TEMA DELL'ADDIO" di Milo De Angelis

 

 

 

 

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Milo De Angelis ha esordito con Somiglianze (1976), seguito da Millimetri (1983). I successivi Terra del viso (1985), Distante un padre (1989), Biografia sommaria (1999), Tema dell’addio (2005, premio Viareggio), Quell’andarsene nel buio dei cortili (2010), Incontri e agguati (2015), Linea intera, linea spezzata (2021) sono editi da Mondadori, come il riassuntivo Tutte le poesie (1969-2015) (2017). È anche autore di un’opera narrativa, La corsa dei mantelli (1979), e del saggio Poesia e destino (1982). La parola data, con DVD di Viviana Nicodemo (2017), raccoglie le sue interviste.

Ha tradotto versi dal francese e dalle lingue classiche.

 

 

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Da TEMA DELL’ADDIO di Milo De Angelis (Mondadori 2005)

 

 

 

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Contare i secondi, i vagoni dell’Eurostar, vederti
scendere dal numero nove, il carrello, il sorriso,
il batticuore, la notizia, la grande notizia.
Questo è avvenuto, nel 1990.
è avvenuto, certamente
è avvenuto. E prima ancora, il tuffo nel Ticino,
mentre il pallone scompariva.
è avvenuto.
Abbiamo visto l’aperto e il nascosto di un attimo.
Le fate tornavano negli alloggi popolari, l’uragano
riempiva un cielo allucinato. Ogni cosa era lì,
deserta e piena, per noi che attendiamo.

 

 

 

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Non è più dato. Il pianto che si trasformava
in un ridere impazzito, le notti passate
correndo in Via Crescenzago, inseguendo il neon
di un’edicola. Non è più dato. Non è più nostro
il batticuore di aspettare mezzanotte, aspettarla
finché mezzanotte entra nel suo vero tumulto,
nella frenesia di tutte le ore, di tutte le ore.
Non è più dato. Uno solo è il tempo, una sola
la morte, poche le ossessioni, poche
le notti d’amore, pochi i baci, poche le strade
che portano fuori di noi, poche le poesie.

 

 

 

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In te si radunano tutte le morti, tutti
i vetri spezzati, le pagine secche, gli squilibri
del pensiero, si radunano in te, colpevole
di tutte le morti, incompiuta e colpevole,

nella veglia di tutte le madri, nella tua

immobile. Si radunano lì, nelle tue
deboli mani. Sono morte le mele di questo mercato,
queste poesie tornano nella loro grammatica,
nella stanza d’albergo, nella baracca
di ciò che non si unisce, anime senza sosta,

labbra invecchiate, scorza strappata al tronco.
Sono morte. Si radunano lì. Hanno sbagliato,
hanno sbagliato l’operazione.

 

 

 

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Ci teniamo vicini
all’urlo, mentre passa il dodici
e l’attimo separato
dal suo vortice resta qui, nel cuore
buio dell’estate, nell’annuncio
di una volta sola. Tu
non ci sei. Resta la tua assoluta
voce nella segreteria, questa
morte che non ha luogo.

 

 

 

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Un istante della terra,
uno stare con le cose,
bene mattutino che si offre
e si ricorda, dimora
trovata nel tumulto: un tempo
che capivi a mano a mano, lente
costruzioni a mano a mano, calendario
terrestre. Non so poi
cosa è accaduto, cosa
è accaduto, amore mio, come
mai, come mai.

 

 

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Sei un lontano passo di danza
mentre saluti dai corridoi,
un ventaglio di grazia che il male
non ha ucciso, diagonale
tra i quattro cantoni, silenzio
di fate e di foglie, finché il giallo
si fa scuro, si fa minaccia nel cielo,
il sorriso fragile e la gola
resta lì, sospesa e selvaggia.

 

 

 

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C’è un’ora che raccoglie tutte le ore,
la lode e lo sterminio, i baci che incalzavano,
l’angolo del ginocchio, il gelo e il soprassalto
come in un appello universale giungono
con un volto ciascuna, un segno distintivo,
un soprannome, congiungono le linee del tempo
a quelle della mano e del quaderno,
alla precisione di un congedo.

 

 

 

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Quell’ignoto che in pieno giorno
ci porta via, quella rosa
affranta che appare nell’unione,
sua orbita segreta, siamo noi.
Siamo noi il luogo della cronaca
e il luogo del fiore senza età.

 

 

 

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Quando su un volto desiderato si scorge il segno
di troppe stagioni e una vena troppo scura
si prolunga nella stanza, quando le incisioni
della vita giungono in folla e il sangue rallenta
dentro i polsi che abbiamo stretto fino all’alba,

allora non è solo lì che la grande corrente
si ferma, allora è notte, è notte su ogni volto
che abbiamo amato.

 

 

 

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La miniera dell’ultimo vedersi, il nome
pronunciato senza nulla, l’universo
ritornato qui, nel cerchio di Via Davide
Silvagni, l’eterno bar, l’alleanza
tra il dolore e le tue labbra. Qui,
nell’unico foglio, ritornato qui
dove il pavimento finisce ed è il rapido
gorgo di ogni amore, di ogni amore,
ti cedo la parola, ti chiedo un po’
di morte, giocoliera del momento.