Versi scelti e sparsi da "GODZILLA E ALTRE POESIE" di Federico Italiano

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Federico Italiano (Novara, 1976) è poeta e traduttore.
Per anni ricercatore a Vienna presso l’Accademia Austriaca delle Scienze, insegna ora Letterature comparate all’Università La Sapienza.
Dopo l’esordio con Nella costanza (2003) ha pubblicato L’invasione dei granchi giganti (2010), L’impronta (2014), Un esilio perfetto. Poesie scelte 2000-2015 (2015), Habitat (2020) e La grande nevicata (2023).
Le sue poesie sono state tradotte in numerose lingue e incluse in diverse antologie, in Italia e all’estero.
Ha vinto vari premi, tra cui il Tirinnanzi e il Ceppo Poesia.
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Da GODZILLA E ALTRE POESIE di Federico Italiano
(Guanda 2026)
CORO MATTUTINO
C’è un momento tra il mattino e la notte
in cui non senti macchine passare,
né una voce, né tacchi, non un’eco, non si ode
nulla d’umano e lo spazio tra le case e gli alberi
appartiene soltanto a loro – merli
cornacchie, capinere, cinciallegre,
parrocchetti e gabbiani, i loro appelli
le loro lamentele, un greve coro
mattutino di becchi dodecafonici,
stridulo, irato, spaventoso – finché non senti
una moto, no, un taxi scivolare timidamente
accanto al marciapiede, poi pneumatici
squittire contro il cordolo –
e per un attimo ti credi in salvo.
MONSTERA
Tra l’armadio e il sofà, radici lunghe
metri cercano il senso minerale
di una vita in penombra,
l’ossigeno di gioie, il vapore acqueo
dei biasimi che pervade la sala
foresta succedanea
per la nostra Monstera.
Tentacoli di un dio arboreo scendono
verso il parquet
cablano il battiscopa
come un incubo biomeccanico
e quando spuntano da sotto il canapè
le riannodiamo presto dentro il buio
che si estende dietro le nuche.
Silenziose, resistono alle piccole
frane nel cuore della notte, all’algebra
del mattino. Ce ne dimentichiamo
spesso, eppure quelle radici regolano
l’umidità dei litigi
e del nostro desiderio –
noi siamo loro, non possiamo reciderle.
LA TERZA LEGGE DI KEPLERO
Non c’era da preoccuparsi: la luce
delle otto indorava il parco, lambiva
i verdi pentagoni della malva,
la geometria delle precedenze
e il nero pan di spagna dell’asfalto;
la spremuta d’arancia era un lumino,
schiariva il chiosco sotto l’eucalipto
mentre gli oscuri asteroidi dei pini
orbitavano intorno a un dolore – una radice,
forse una stella. Poi, una signora, voltandosi:
«Brava, lo sai proprio bene Keplero»,
e un raggio dal finestrino dell’autobus
mise in moto il sistema solare sul tuo libro –
la giostra a carillon di uno spazio felice.
GHAZAL DEL RESIDUO
Una squama, una scaglia, un petalo – siamo residui,
materia oscura, oscuro velo, siamo residui.
Siamo i superstiti, briciole di matzah sul parquet,
seme evaporato sul lenzuolo, siamo i residui
della sete, oncia d’acqua tiepida nella caraffa
mai servita, svuotata nel lavello, siamo residui
di pelle e peli sulle piastrelle del bagno, polvere dietro
l’armadio, lanugine ombelicale, siamo residui
siamo piume di fagiano sul campo di colza in inverno,
silenziosi rimasugli del terrore, siamo i residui
di un fanale rosso, sbrodolato nel buio della brughiera,
macchia di sangue prima che il sole cali, siamo i residui
di una combustione, girasoli secchi e neri
tra la gramigna paralizzata da brina e sale, siamo residui
spoglie di un poltergeist, denti di spettro e peli di cane
sparpagliati lungo i filari, tra la terra e il sole, siamo i residui
dei nostri tradimenti, else di spade nel fango, scheletri
nei ghiacci, fragranze di sesso sul polpastrello, siamo i residui
di mille battaglie, le invisibili mura di Azincourt, navi
achee delle nostre gelosie, siamo farfalle, siamo i residui
appiccicosi del miele, alveari abbandonati, memoria
di polline ed esagoni, di aculei e ali, siamo residui
siamo gli ultimi – squame, scaglie, petali.
Dal ciclo GODZILLA
3.
Scatolette di carne Manzotin,
il tonno, le confetture e i tetrapak
con il latte a lunga conservazione –
menu da bunker
fino alla fine delle scuole.
Poi la pioggia non fece più paura,
gli adulti ritornarono a mangiare
asparagi e verdura a larghe foglie,
per noi invece cominciò un olocene
d’incubi gremito di trote e rane
fosforescenti nei canali
e neonati bicefali chiusi nelle cascine.
6.
Anche qui vagabondava Godzilla
sotto i ponti muschiosi della Veria
lungo il fango azzurrognolo di un argine,
forse un ramarro o un miroldo, una nutria
imbottita di scorie, una cisti di Chernobyl,
che acceso dai metani pleistocenici
ci spiava da caditoie e darsene
dal buio denso dei fossi, dal fiume,
in agguato in un angolo dei sogni
imperlati dalle prime erezioni
deus ex machina d’incubi scolastici
preistoria squamosa del nostro seme.