VERSI SCELTI E SPARSI di Antonio Santori
* * *
Antonio Santori è nato a Montreal (Canada) nel 1961, è vissuto a Civitanova Marche, dove è scomparso nel 2007. È stato docente di filosofia, poeta, saggista, redattore di riviste letterarie. Le sue raccolte di poesia: Infinita (NCE 1990), Albergo a ore (NCE 1992), Saltata (NCE 1996), La linea alba (Marsilio 2007), L’opera poetica (a cura di A. Bianchi e C. Catà). Di saggistica ha pubblicato: Quei loro incontri - I Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese (Antenore 1985, Premio Pavese), Verso la meraviglia d’oro - Dono e incoscienza in Nietzsche (Il Lavoro Editoriale 1990), Pavese e il romanzo tra realtà e mito (Laterza 1999), La sfida della ragione (Guaraldi 1996), Acqua. Storia di un simbolo tra vita e letteratura (Transeuropa 1997), Il senso religioso nella letteratura del ‘900 (Laterza 2001). Per il teatro: Come Dio, Il sogno di Dante, Nel Voltarsi.
* * *
Pensi che dove essi
si muovono è l’Infinita?
(lo spazio si dilata
nel miglio e oscilla
sulla strada il grande
immenso)
Io non so più crederlo:
la loro sfida è uguale
a quella dei vapori
e del fumo
che dalle baracche
si allontanano.
*
Darti del tu, così.
Non è strano?
Non sono strani anche
i gatti che fuggono,
qui, dentro di me,
e mi dicono: È ora?
Ci sono consigli stupendi,
a volte, negli occhi
dei gatti.
È ora di andare, lo so.
Ma dove? Qui non ci sono
porte.
Andare dove?
Io non sono la morte.
*
Per questo mi sognavi.
Mi sognavi distesa
come una donna prima
dell’amplesso. Ero io
l’amore? Ero io l’attesa?
Ogni volta mi sentivi
diversa ma mi chiamavi
con lo stesso nome.
Ero la tua cantina, la tua
discesa. La tua vita,
la tua morte, irrisolta.
Così la mattina ti svegliavi
in difesa della tua sorte.
Del tuo mazzo di chiavi,
delle porte che aprivi
e chiudevi, dei tuoi scaltri
colleghi. Mi lasciavi al di là.
Come una storia noiosa,
come il furto del cuore
degli altri. Al di là di te.
Come una cosa.
*
Noi stessi mancando spiegazioni ufficiali di noi
stessi nascondendo urlando il giuoco di noi
traslocanti dal paradiso di noi braccati
rimpiattati nel nostro viso.
D’improvviso. Le gambe imperiose sul selciato.
Aveva contato ritmando il tempo
che solo allora era diventato
ritmando fuggendo dèi andando chissà
nel giallo (noi fuggimmo)
e poi solo ispirando nascondendo lo iato e poi
dietro il confine logico e poi? dormendo
dimenticando essendo niente solo un segreto
del nostro fato
(noi fuggimmo) Noi fuggimmo
nel giallo spaventato.
*
Come una cosa.
Come le cose
del mondo che rimangono
cose. Cose ignote
e sole. Silenziose.
Tu lo sapevi da sempre
che io non ero là
ma nel dolore
delle cose, delle cose
del mondo che rimangono
cose. Io non ero là,
perché il dolore
è nella pagina piena
di cose, di cose ignote
e sole. Silenziose.
Tu lo sapevi da sempre
che io ero il nome
delle cose, nella pagina
infinita e stretta
su di sé, come una cosa.
*
Eppure sono tue le parole
del prodigio iniziale.
Dalla tua voce ripeti
ancora la vita
che davanti a noi
si rinnova, l’assenza
di steccati sul confine.
Sono tue le pause
divine. Ma scandite
dai tanti corpi
che incontriamo, coperti
( come noi ) da divise.
Così anche l’onda
che sbanda ai nostri
piedi, ci appare
senza ritegno e tu
non puoi pensarla.
*
Non comprendo ancora
il nostro significato.
Se camminiamo
tra porte
inseguite
da porte,
ripenso (ridendo)
a ciò che siamo.
Tu aspetti il boato,
le fiamme,
l’odore del gatto
bruciato, la nostra
vera sorte.
Io non so dove
ci conduciamo.
*
Forse davvero dovremmo
fermarci in un unico
corpo abbracciato,
bloccare il trasloco,
produrre dissensi.
Diranno che nulla
è mutato?